FEDE E RAGIONE

[occhiello]

L’enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II°, pubblicata il 14 settembre 1998, ha inizio con questa solenne e sfolgorante espressione: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”.

Il documento pontificio concentra “l’attenzione sul tema della verità” per offrire alle “giovani generazioni…autentici punti di riferimento…su cui costruire l’esistenza personale e sociale”. “Diamo opera – diceva nella sua epoca il filosofo e matematico francese Blaise Pascal (1623-1662) – a pensare rettamente: ecco il principio della morale”.
D’altra parte, il Papa ritiene doveroso richiamare la filosofia, in crisi e alla deriva verso lo scetticismo e il nichilismo, alla responsabilità di recuperare la sua vocazione originaria di ricerca del vero.

Tra le due “ali” della conoscenza, quella della fede e quella della ragione, c’è indubbiamente distinzione, ma c’è anche un legame profondo.
Leggendo il meraviglioso libro della natura, l’uomo con la sua ragione può giungere alla conoscenza di Dio Creatore. Ci si consenta di richiamare alla mente la poesia “Che cosa è Dio”, presentato dall’Aleardi come “ordine”, “bellezza” e “amore” rivelati dal creato, e la famosa arietta “Dov’è Dio” del Metastasio: “Dovunque il guardo io giro, / immenso Dio, Ti vedo: / nell’opre tue T’ammiro, / Ti riconosco in me. / La terra, il mar, le sfere / parlan del tuo potere; / Tu sei per tutto, e noi / tutti viviamo in Te”.

Tuttavia, la pienezza della verità relativa all’enigma dell’esistenza, della storia e dell’uomo, non ci viene offerta dalla ragione, ovvero dalla conoscenza filosofica che si appoggia sull’esperienza dei sensi e si muove alla luce del solo intelletto, ma dalla rivelazione divina – dono “carico di mistero” – che può essere accettata soltanto con la fede, cioè con un atto di abbandono in Dio, garante della verità che rivela.
La ragione, e dunque la filosofia, deve riconoscere il suo limite, rappresentato soprattutto dal mistero della Croce, “vero punto nodale che sfida ogni filosofia”. Annunziato attraverso i secoli, il mistero d’amore – Croce e Risurrezione di Cristo – è un “fatto” che, come tale, non può essere smentito nè può essere svuotato dalla ragione, ma che, invece, può dare alla ragione la risposta definitiva ai problemi fondamentali che essa si pone. Questo “fatto” costituisce lo scoglio contro il quale può naufragare il rapporto tra fede e ragione, ma oltre il quale tale rapporto può sfociare nell’oceano della verità.

Eloquente e luminosa si rivela l’intuizione di Raissa Maritain (1883-1960) prospettata nel volume “I grandi amici”, in cui si sottolinea che la fede non è negazione, ma potenziamento e illuminazione della ragione.
“Sentivamo – ella scrive – che stabilire la ragione nella fede, innestarla sull’albero di Jesse non era indebolirla ma fortificarla, non asservirla ma liberarla, non snaturarla ma ricondurla alla purezza della sua propria natura; come illuminare colui che avanza a tentoni e che cammina nelle tenebre non è condurlo fuori della propria strada, ma fargli vedere la via dove si propone di camminare”.
La ragione, invece, abbandonata a se stessa e chiusa nel suo ordine puramente naturale approda spesso allo sragionamento.

“Una sola forza – afferma Raissa – può ancora opporsi alla follia generale: l’intelligenza illuminata dalla fede”.

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