Intervista a Saverio Di Palma sulle ragioni della crisi dell’uva da tavola. Il futuro che ci aspetta e che bisogna costruire
Conversano – Ad una felice, nonchè ricca, stagione cerasicola l’augurio e l’auspicio che serpeggiava tra gli agricoltori era quello che ci dovesse essere una altrettanto ricca stagione per l’uva da tavola.
Ma, a stagione ancora in corso, si può dire che per i produttori di uva da tavola l’annata non è stata felice in quanto i prezzi di vendita realizzati non sono stati quelli attesi, sperati. L’uva da tavola, la famosa uva Italia, non trova mercato, e quando lo trova il prezzo di vendita è basso.
Attualmente l’uva viene venduta, alla pianta, ad un prezzo che oscilla dai 35 ai 40 centesimi di euro al chilo. Con queste cifre si riescono a coprire appena appena i costi di produzione.
Se poi si sommano i costi legati agli ammortamenti aziendali, ovvero i costi per gli impianti, le quote ammortamento dei mezzi meccanici, con i prezzi attuali si è in perdita.
Ma se questo è lo stato attuale che vive un produttore di uva da tavola, è importante cercare di capire le ragioni e la cause che hanno determinato questo stato di vera e propria crisi.
Una delle prime ragioni, sentendo alcuni operatori agricoli, risiederebbe nella scarsa tenuta dell’uva, cioè l’acino si spacca. E la causa della cattiva tenuta è riconducibile alla cattiva allegagione che c’è stata.
Con grappoli d’uva che non hanno tenuta, che non mantengono una veste solida, il prodotto è poco appetibile agli occhi del consumatore finale. Che non acquista.
Una seconda ragione è legata ai gusti del consumatore che gradisce consumare uve senza semi. Da noi l’80% dell’uva da tavola prodotta è con i semi. Chi ha capito per tempo il “cambio” di gusto del consumatore è stato il produttore di uva brasiliano, greco, spagnolo. Infatti il mercato europeo, forse anche quello italiano, è oramai invaso di uve apirene (senza semi) che provengono dal Brasile, Spagna, Grecia. In minima parte dall’Italia.
Come recuperare lo “svantaggio” accumulato in questi anni dato che si è continuato a realizzare impianti d’uva da tavola con semi?. Occorrerebbe, mi dice sempre un operatore agricolo, procedere a una riconversione degli impianti fino a poter giungere ad avere una produzione al 50% di uve apirene e un altrettanto 50% di uve con semi.
Una terza ragione risiederebbe – ma non tutti gli operatori gli danno peso – nella crisi economica che contrae i consumi d’uva delle famiglie italiane.
Giusto per avere una conferma, o smentita, a queste ipotesi raccolte ascoltando gli operatori agricoli, ho voluto ascoltare Saverio Di Palma che operando nel settore dell’export della frutta, può dare una chiave di lettura più puntuale sul perché l’uva da tavola non spunta prezzi interessanti, non ha mercato.
Qualcuno dice che l’uva non trova prezzo perché non ha tenuta. C’è chi addebita la crisi alle difficoltà economiche delle famiglie, in particolare italiane. Altri al fatto che la nostra uva ha i semi e il consumatore italiano, ma diciamo pure in massima parte quello europeo preferisce l’uva senza semi. Questo è quello che si racconta. Qual è secondo Lei la ragione della crisi?
“Non do molta importanza alla tenuta. Ora cerco di spiegare ciò che avviene sul mercato europeo.
Partiamo da un dato di fatto da non dimenticare: il consumatore europeo gradisce l’uva apirene e la consuma per quasi l’intero anno. Consideri che sul mercato europeo, quindi sulle tavole del consumatore europeo, l’uva apirena non c’è solo per il periodo di Luglio e Agosto. I restanti mesi sono coperti da vari paesi produttori d’uva apirena quali Sud Africa, Cile, Egitto, Brasile che inondano le tavole del continente con il loro prodotto.
Noi produciamo uva apirene, nera e bianca, e la facciamo arrivare sul mercato europeo. Mentre per la nera riusciamo a essere presenti sino ad ottobre-novembre, per l’uva apirena bianca no. La produzione attuale della nostra uva apirena bianca è sufficiente a coprire il mercato fino a metà settembre. Da metà settembre arriva il momento della commercializzazione della nostra uva Italia.
E qui accade che il consumatore europeo preferisce consumare l’uva bianca apirena, che giunge dal Brasile, anzichè l’uva Italia che ha i semi. Tutto qui!. Ed è per questa ragione che l’uva Italia stenta a essere accettata nel mercato continentale”.
Cioè, mentre noi abbandoniamo il mercato dell’uva bianca apirene perché ci è finita, dal Brasile giunge, o continua a giungere, uva bianca apirene che soppianta l’uva Italia perché ha i semi
“E’ così!. Da inizio ottobre stanno giungendo in Europa grossi quantitativi di uva apirene dal Brasile. Lo scalo è il porto di Amsterdam e da lì poi viene distribuita nel continente. Il tutto durerà sino a fine novembre”
Quindi diciamo che il produttore brasiliano ha saputo leggere, capire, anzitempo i gusti del consumatore europeo e si è attrezzato mettendo su grandi estensioni di vigneti con uva apirena…
“Si, è così! E questo ci dice chiaramente che il futuro è l’uva apirena. L’uva Italia continuerà ad esserci ma con una percentuale minore. Di certo è che adesso i brasiliani spadroneggiano, la fanno da padroni. Ma in futuro, tempo due anni massimo, anche noi ci saremo in Europa con la nostra uva bianca apirene ben oltre settembre sino ad arrivare a fine novembre. Ritorneremo a essere competitivi”.
Quindi lo scenario del mercato dell’uva da tavola, presente e futuro, è questo. Ma chi ha impiantato un tendone con l’uva Italia cosa deve fare posto che il mercato tende a preferire l’uva apirena? Deve svellere?
“Se l’impianto è giovane deve produrre, non si può pensare di svellere una piantagione che è a inizio produzione!. L’importante è essere consapevoli, lo voglio ripetere, che il futuro nel campo della produzione dell’uva da tavola è l’uva apirene. E il futuro prevede l’arrivo di nuove varietà, da impiantare, di uve senza semi. Lo scenario globale, di per sè già fortemente concorrenziale, deve anche spingere i piccoli produttori a strutturarsi in OP che è anche una maniera per accedere alle agevolazioni fiscali e altro.
Quindi per essere concorrenziali, e stare sul mercato, bisogna avere sempre lo sguardo lungo, non fermarsi mai poiché il produttore brasiliano, egiziano, greco, cileno, che è sì lontano, giunge da noi forte dei suoi processi di innovazione, della sua capacità di sapersi sempre innovare…”
Ma magari è favorito in questo dai costi bassi di produzione
“Certo! I nostri costi di produzione non sono comparabili a quelli di un egiziano, cileno ecc. ecc. Ora si è toccato un tasto che per noi italiani rappresenta una zavorra!”.