Con la riflessione di Carlo Gallone all[highlight]’editoriale di Achille Caradonna[/highlight] Oggiconversano inaugura una nuova sezione del giornale dal titolo “Interventi“, uno spazio aperto a tutti i nostri lettori per mandarci il proprio contributo e pensiero su quanto accade nella nostra città.
“Ci siamo ormai assuefatti all’idea che certi episodi non ci riguardino, finchè si scannano tra loro. Ma via Martucci io la faccio quasi tutte le sere, e non solo. La percorro a piedi con un paio di amici quando la sera decidiamo, malgrado il freddo invernale, di concederci una birra e una passeggiata nella ‘grande bellezza’ che è il nostro centro storico, forse ancor più bello quando è deserto”
Nelle organizzazioni criminali di stampo mafioso, l’uso della violenza non è “folle” o “senza motivo”, ma è strumentale: la violenza viene usata con chi ostacola il perseguimento degli obiettivi dell’organizzazione stessa.
L’uso della violenza può essere esterno, e quindi rivolto a persone che non fanno parte dell’organizzazione, oppure interno: in questo caso un singolo mafioso, un clan oppure un’intera organizzazione instaurano una vera e propria guerra per il controllo di un territorio, di un mercato.
Queste non sono mie idee personali, ma un piccolo scampolo della lettura che dà Umberto Santino, uno dei massimi esperti in tema di mafia, degli elementi costitutivi dell’organizzazione mafiosa.
Non so dirti precisamente cosa bisognerebbe fare, per far tornare il centro storico di Conversano un luogo ameno e piacevole, Achille.
Posso dirti però, che se si vuole provare a rispondere alla domanda “Come fare?” bisogna partire da un presupposto.
A livello di dibattito pubblico, la presenza della mafia nella nostra società emerge soltanto quando questi episodi accadono.
Quando è tutto tranquillo, quando non si parla di minacce, di bombe, di sparatorie, di morti ammazzati, la comunità è dormiente e non si prende carico di combattere la mafia. Non se ne parla, non permea i discorsi della comunità, anzi il suo parlarne viene in un certo modo scongiurato: “la situazione è sotto controllo, la mafia qui non c’è, Conversano è un paese tranquillo” et cetera.
In realtà la mafia c’è: gestisce il traffico di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, scommesse illegali, impone il pizzo ai negozianti, pratica usura, acquista e rivende armi, ma soprattutto si infiltra nelle istituzioni. E’ questo un altro elemento fondante dell’organizzazione di stampo mafioso: la ricerca continua e incessante di un rapporto diretto con il potere politico.
Partendo da questo presupposto, le risposte diventano nebulose, incerte, lontane, ma le domande si dispiegano: In che modo si è parlato della mafia in questi anni? Come si è combattuta la mafia a Conversano, a livello culturale, economico, giudiziario?
Capirai che facendosi domande, iniziando a parlarne, facendo permeare i discorsi di queste tematiche, si può iniziare. Quando c’è un omicidio, tentato o effettuato, si parla della violenza come del problema, e dopo un po’ ce ne si dimentica, non se ne parla più, tutti tornano inesorabilmente a tacere. Ma la violenza è semmai una conseguenza del problema: la presenza storica e radicata delle organizzazioni di stampo mafioso nella nostra società.
Capirai da solo che questo è un problema che permane, anche se non ci sono bombe, anche se non ci sono morti ammazzati. E’ da qui che bisogna partire, se si vuole ritornare a poter disporre, con tranquillità, della grande bellezza del luogo che si è sempre vissuto, che oggi è il centro storico di Conversano, ma domani potrebbe essere quello di Noicattaro, di Rutigliano, e dopodomani chissà.
La mafia non ci riguarda solo quando non puoi camminare in tranquillità per le strade di una città: è perché nessuno si è fatto delle domande quando invece lo si poteva fare, sul perché lo si potesse fare, che ora la tranquillità è venuta a mancare.