Emigrare da Conversano per cambiare vita

Storie vere di emigrazione che raccontano come Francia e Germania hanno accolto e integrato nostri concittadini

Conversano – Emigrare, andare via dal proprio paese natio, dalla propria nazione.
In alcuni casi è una scelta professionale, consapevole che solo trasferendosi in una nuova nazione si potrà mettere a frutto gli anni di studi universitari, le capacità professionali acquisite.
Il più delle volte è una necessità, diretta conseguenza della mancanza di un lavoro.
A Conversano in questi ultimi mesi si sono susseguite le partenze di famiglie, di giovani ragazzi e ragazze che hanno scelto di andare via. La mancanza di un lavoro, l’impossibilità di dare un futuro per la propria famiglia, di realizzare un proprio compiuto progetto di vita, è stata la molla che ha spinto, Francesco e Anna; Marco; Giovanni, Lucia, Mirco, Andrea a emigrare.
I nomi sono di fantasia, ma dietro a questi nomi di fantasia ci sono storie vere, realmente accadute in questi mesi e che adesso – dopo l’iniziale momento di spaesamento vissuto nel “nuovo paese” raggiunto, grazie anche all’aiuto degli immancabili amici e parenti del luogo – sono una viva testimonianza di come la vita possa cambiare in meglio, ci si possa sentire, a pieno titolo, cittadini nella nuova nazione di destinazione/adozione.
Francesco e Anna, giovane coppia di ragazzi conversanesi, hanno deciso di fare le valigie per stabilirsi in Germania, nel Nord Reno-Westfalia.
Una vacanza, una visita al papà di Anna, conversanese che da tempo vive e lavora in Germania nel prosperoso e ricco land tedesco, li ha convinti che lì il loro progetto di famiglia potrà prendere forma e svilupparsi in un più solido contesto civico, sociale e economico.
Marco, giovane ragazzo padre, senza lavoro. Dopo anni di lavori precari, saltuari, di quelli a tempo determinato, non vedendo un futuro solido per sé, la sua compagna e il suo bimbo, decide di emigrare in Germania nel Nord Reno-Westfalia. Con la rabbia nel cuore lascia a Conversano i suoi affetti più cari: la compagna e il bimbo.
Francesco, Anna e Marco giungono quindi in Germania e vanno a vivere in affitto in case non più grandi di 60 mq. Qui lo stato tedesco li ha accolti così.
Essendo disoccupati, ricevono un contributo economico di € 400 mensili per pagare l’affitto; € 400 mensili come sostegno al loro reddito. Entrambi i contributi verranno elargiti sino a quando non inizieranno a lavorare.
Per le loro case, in quanto non arredate, hanno ricevuto un contributo di € 1800 per comprare i mobili necessari.
Per i primi sei mesi hanno l’obbligo di frequentare la scuola per imparare il tedesco. Alla fine dei sei mesi, riceveranno tre proposte di lavoro. Si può dire di no alla prima offerta, alla seconda, al terzo rifiuto lo stato tedesco ti rimanda a casa.
Regole chiare, secche, precise: io ti accolgo, ti sostengo economicamente, ti faccio imparare la lingua, ti propongo il lavoro ma se rifiuti vai a casa.
Questo percorso di inserimento, che lascia ben sperare per il futuro, ha convinto la compagna di Marco di partire, a fine maggio, per la Germania con il proprio bambino.

Giovanni, Lucia, Mirco, Andrea è un intero nucleo famigliare emigrato in Francia, destinazione Strasburgo. Giovanni lavorava per una nota azienda conversanese ed era cassaintegrato. I suoi figli non riuscivano a trovare lavoro. Andare avanti grazie a piccoli lavori saltuari, all’aiuto economico del papà pensionato di Lucia, non era più possibile.
Di qui, la decisione di partire, di lasciarsi alle spalle una situazione economica/sociale molto pesante e poco dignitosa.
Il primo a partire è stato il figlio maggiore Mirco. Giunto a Strasburgo viene subito assunto in una ditta edile. Sin dal primo mese percepisce uno stipendio di € 1630 al mese.
Poco dopo papà Giovanni, mamma Lucia e suo fratello Andrea lo raggiungono. Andrea viene subito assunto in una ditta edile percependo € 1600 al mese. Vivendo in una casa in affitto fruiscono di un contributo mensile di € 500.
Papà Giovanni e mamma Lucia frequentano la scuola serale per imparare la lingua. A fine corso a Giovanni verranno offerti dei lavori.
A distanza di pochi mesi il clima che si respira nella famiglia di Giovanni è adesso più sereno.

Questo percorso di inserimento nella società francese e tedesca, ha suscitato meraviglia ai rispettivi famigliari rimasti qui a Conversano, “meravigliati e increduli” nel vedere come uno Stato sia stato in grado di prendere in carico i suoi nuovi cittadini.
E ad accrescere la loro incredulità è il fatto che i propri famigliari abbiano ricevuto tale accoglienza senza che si siano “genuflessi” al politico locale di turno, senza che nessuno gli abbia chiesto “chi ti manda?”.
Politiche di accoglienza, di formazione e inserimento nel mondo del lavoro, che ai nostri occhi suscitano “incredulità” ma che per francesi e tedeschi è cosa normale da farsi.
È del tutto evidente che tali politiche sono nate grazie a una classe dirigente che, consapevole che i flussi migratori di cittadini europei e extracomunitari ci sarà sempre, è stata capace di capire il fenomeno e, conseguentemente, impostare le politiche di integrazione.
In buona sostanza hanno avuto le cosiddette visioni lunghe, (in Germania viene definita weltanschauung, cioè visione del mondo, di ogni concezione della vita propria di un individuo) hanno saputo immaginare e prevedere i mutamenti sociali che potevano intervenire nel proprio tessuto sociale.
“A mia figlia è bastato andare a Strasburgo, in Francia, per avere ciò che non ha avuto in Italia: lavoro e serenità familiare!”.
È questa l’amara riflessione del mio amico Stefano quando mi racconta l’esperienza di sua figlia. Una amara riflessione che evidenzia, in tutta la sua drammaticità, di come nel nostro paese, in questi ultimi venti anni, a tutto si è pensato tranne che a prevedere, impostare e varare leggi che avrebbero favorito lo sviluppo economico del paese.
Raccontare ora cosa sia stata l’Italia in questi ultimi venti anni richiederebbe tempo e sarebbe una autentica sofferenza. Sofferenza che nasce quando si pensa al solo fatto che, mentre nei parlamenti di Francia e Germania si votavano leggi utili per i cittadini, da noi il Parlamento (al netto delle promesse dei due milioni di posti di lavoro, del meno tasse per tutti, e del ponte sullo stretto di Messina) votava leggi ad personam, condonava i reati fiscali e edilizi, depenalizzava il reato di falso in bilancio, varava il “porcellum” e, ciliegina sulla torta, votava per stabilire se una minorenne era o non era la nipote di Mubarak!!.
Chi semina vento, raccoglie tempesta!. Questo si è fatto in Italia avendo il corpo elettorale creduto ad un imbonitore, ad un piazzista, a un soggetto che, in definitiva, ben incarnava e interpretava l’indole di una parte cospicua della società italiana: l’avversione alle regole, alle tasse, allo Stato.
Ed è da queste macerie di ordine etico, civico, sociale, economico che si va via.
Il messaggio giunto dalle urne europee e amministrative dice che negli italiani c’è la speranza che le cose cambino, che cessi la sterile e inconcludente conflittualità politica fatta di grida, insulti, minacce di tribunali del web, assalti al Quirinale, che vengano fatte le riforme istituzionali, che si vari una nuova legge elettorale, che si superi il bicameralismo perfetto, che si riduca il numero dei parlamentari, che si faccia una più severa legge contro la corruzione (Expo docet), che si riveda i tempi della prescrizione dei reati, che si riveda la legge sul falso in bilancio.
È questa la semplice ricetta che può favorire la ripartenza dell’Italia, porre le basi per la creazione di occupazione e, in definitiva, evitare la fuga di braccia e cervelli all’estero.

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1 Comment

  1. Melanja Gasparro says:

    In Inghilterra da me non hai contributi statali, ma se hai passione il lavoro si trova e la vita e' molto piu' bella rispetto a quella che si potrebbe fare a Conversano.
    Molto ha inciso la polita locale ma anche quella regionale.
    Ma ormai non si torna indietro, se non per le vacanze estive!