Studio, sacrifici, determinazione, desiderio, progetto di vita e professionale del nostro giovane concittadino che si è avverato a New York in una girandola di emozioni e ricordi
Conversano – “Tanto impegno, dedizione e non arrendersi mai!” è questa la semplice(?) ricetta che ha permesso al nostro concittadino, Nicola Coletta, di coronare il suo sogno, ovvero lavorare negli Stati Uniti, a New York, esercitando la professione di revisore contabile, ricoprendo il ruolo di manager presso la Pricewaterhouse Coopers LLP in U.S.
Tra i ritagli di tempo di vita e lavoro newyorkesi molto frenetici, dopo una trasferta di lavoro a Londra, Nicola ha risposto ad alcune domande.
Nicola, raccontaci quale è stato il tuo percorso di vita e professionale. Diploma in Puglia e poi….
“Sono nato e cresciuto a Conversano, dove ho vissuto fino all’età di 19 anni, quando, una volta diplomato al Liceo Classico Domenico Morea, ho avuto l’opportunità di trasferirmi a Milano per frequentare l’Università Commerciale Luigi Bocconi. Nel Dicembre del 2004, ho completato il corso di laurea in Economia Aziendale con indirizzo finanza d’azienda.
A Marzo del 2005, ha inizio, la mia carriera lavorativa come revisore presso l’ufficio di Milano della Pricewaterhouse Coopers SpA. Per cinque anni ho lavorato presso questo ufficio impegnato principalmente in progetti relativi alla certificazione dei bilanci di aziende italiane ed internazionali, attive in diversi settori economici e con diverse strutture organizzative ed operative. A ottobre del 2010, al termine del mio terzo anno come revisore “senior”, mi è stata offerta l’opportunità di trasferirmi presso l’ufficio PwC di Florham Park, in New Jersey e di unirmi al team responsabile della revisione dei bilanci consolidati trimestrali ed annuali di un gruppo americano quotato sul NASDAQ. Da allora sono passati circa 4 anni, e la mia avventura oltre oceano continua”.
Molti sono portati a pensare che essere revisore contabile, certificare che i bilanci delle società siano veritieri, sia una professione prettamente ragionieristica, che non ha nessuna incidenza nella vita pratica di milioni di persone, che in definitiva interessi solo agli azionisti di una società. È così? Oppure no? Quale importanza riveste la certificazione di un bilancio societario?
“Avendo un’esperienza di quasi 9 anni in questa professione, sono sicuro che pure essendo oscura e poco chiara a molti l’attività del revisore contabile e la certificazione dei bilanci societari che ne consegue non sono solo finalizzati a garantire gli interessi degli azionisti.
Al contrario, che si tratti di una società ad azionariato diffuso, come più comune nella realtà americana o di società la cui proprietà è principalmente nelle mani di un numero limitato di persone, ad esempio una famiglia come tipico del contesto economico italiano, la certificazione dei bilanci e più in dettaglio la veridicità delle informazioni in esso contenute è lo strumento principale per garantire gli interessi più ampi degli “stakeholders”, cioè dell’intero tessuto sociale ed economico all’interno del quale una società opera.
Chi sono quindi gli “stakeholders”? Quelli interni sono le persone che lavorano ad ogni livello per l’azienda, dall’operaio al manager, e la proprietà/azionisti; dall’altra parte quelli esterni sono fornitori, clienti, banche o finanziatori di vario tipo, ad esempio il mercato finanziario in caso di aziende con azioni quotate, ed ancora il governo nazionale e la società tutta, intesa come l’insieme di quei soggetti fisici e giuridici che entrano a vario livello e titolo in contatto con quell’azienda. Quindi, come è facile intendere, il ruolo del revisore contabile è tutt’altro che secondario nella società e nel contesto economico contemporaneo, dato che sono in molti e per ragioni diverse a fare affidamento sulla veridicità e completezza delle informazioni contenute nei bilanci certificati da questi ultimi”.
Immagino che per certificare i bilanci di una società si debba avere un forte rigore morale, ovvero non cadere nella tentazione di celare buchi, ammanchi ecc. ecc. Dicono che la crisi economica, che abbiamo vissuto o che stiamo ancora vivendo, sia anche nata a seguito di non corrette certificazioni. Quale è il tuo parere al riguardo?.
“Di sicuro per rimanere a lungo in questa professione è importante avere una grande forza di volontà ed abnegazione, riuscire a gestire orari lavorativi sempre più stressanti ed impegnativi man mano che si va avanti nel percorso di carriera.
Non credo, invece, che sia necessario un rigore morale ed etico diverso o maggiore di quello richiesto da qualsiasi altro tipo di professione, di sicuro qualsiasi revisore che faccia questo lavoro con passione e soprattutto con la chiara consapevolezza dell’importanza della sua funzione non farà fatica a resistere a questo tipo di tentazioni.
L’ultima crisi economica mondiale, scaturita da una delle più significative crisi del mercato finanziario americano dai tempi di quella del 1929, non ha nulla a che vedere con una non appropriata certificazione dei bilanci quanto piuttosto con la complessità ed estrema rischiosità di particolari strumenti finanziari che se pur inizialmente molto redditizi in particolare per le principali banche d’affari hanno finito per rivelarsi per la loro vera natura di titoli senza valore, senza copertura, un cancro finanziario che ha generato una reazione a catena, innescatasi dal fallimento di Lehman Brothers, a livello dei mercati globali con effetti disastrosi e quasi immediati sull’economia reale.
Naturalmente la mia risposta sarebbe stata diversa se la tua domanda avesse riguardato quanto avvenuto nel caso del crack Parmalat in Italia ed Enron negli Stati Uniti”.
Gli Stati Uniti d’America sono per te una tappa della tua vita o l’approdo definitivo? Cosa trovi di stimolante lavorare nel paese più forte economicamente? Ti consideri un cervello in fuga?
“Non so, è una tappa ed è anche un approdo. La realizzazione di un sogno. Ancora oggi, dopo quattro anni vissuti qui negli States, mi capita spesso mentre sono in giro per New York di avere la sensazione di star sognando, quasi stessi solo rivivendo nella mia mente tutte le immagini dei numerosi film girati nella grande mela, quelli visti e rivisti innumerevoli volte. Ho desiderato e lavorato tanto per avere quest’opportunità, e tanto ancora c’è da fare. Credo che sia l’insieme di tutte le emozioni, i ricordi e le storie racchiuse in quest’esperienza a renderla estremamente stimolante ed appagante.
No, non mi considero un cervello in fuga. Ad essere sincero non è una definizione di cui vado pazzo, non sono in fuga, sono piuttosto in viaggio e la sorte ha voluto che dopo i 10 anni vissuti a Milano la seconda tappa di questo percorso fosse New York. Sarebbe stato folle lasciarsela scappare!”
Come appare ai tuoi occhi l’Italia dagli Stati Uniti d’America? Suscita in te rabbia, nostalgia, speranza…
“Mi appare come un paese in difficoltà, sull’orlo di un cambiamento auspicabile e di un rinnovamento necessario, soprattutto a livello di classe politica e manageriale, che poi immancabilmente quanto inspiegabilmente tarda ad arrivare. Ciononostante, continuo a nutrire fiducia e speranza, confido nella capacità italiana di tirare fuori sempre il meglio dalle situazioni difficili, e di rischiare mettendosi sempre in gioco”.
Hai maturato una certa esperienza professionale e di vita, cosa senti di consigliare ad un giovane ragazzo conversanese che vorrebbe esercitare la tua professione? Su quali aspetti deve concentrare i suoi sforzi per emergere e realizzare il suo progetto professionale?
“Tanto impegno, dedizione e non arrendersi mai!…non ci sono altri segreti o formule magiche”.
Domanda gastronomica amarcord: quale è la pietanza conversanese che più ti manca stando negli U.S.A.? Quando pensi di riassaporarla?
“Fave e cicoria!, non so ancora con certezza, magari a fine settembre o altrimenti il Natale prossimo”.