Conversano tra Checco Zalone e i questuanti del contributo comunale

Amo Checco Zalone e andrò immediatamente a vedere il suo ‘Quo Vado’ che parla di pubblica amministrazione e mette in bella mostra la nostra città che è stata la location del suo nuovo lavoro cinematografico.
Lo farò convintamente a dispetto di coloro che dicono di non volerlo vedere per partito preso e per mostrare un anticonformismo che somiglia molto al conformismo più radicale e retrogrado.
Guarderò le stanze del nostro Municipio, occupate dalla forza prorompente e irriverente di Checco, con la consapevolezza che quegli spazi avrebbero bisogno di sorridere di più senza lasciarsi andare alle stanche e rituali scene che si ripetono da anni senza sussulti e senza alcuna novità. Guarderò il sagrato della Cattedrale dove si esibirà in un comizio esilarante il candidato Bitetto (Lino Banfi) che guarderà alla nostra basilica con il piglio del laico sbattuto sul palco delle promesse pagane.
Guarderò tutto ciò e mi convincerò che non si potrà vivere di solo Checco Zalone in questa nostra città e in questo nostro territorio. Dopo il film con molta probabilità saremo al centro dell’attenzione turistica di chi vorrà venire a guardare le nostre bellezze che avrà intravisto. Chi di noi non ha mai raggiunto la città cilentana di Castellabate, location del film “Benvenuti al Sud”? Cominciamo a farci trovare pronti. Se veramente questo flusso turistico dovesse arrivare lo dobbiamo accogliere con grande intelligenza mostrandogli ciò che abbiamo (tanto) e proponendogli il racconto di quello che siamo stati (tanto) o che potremmo essere (tanto).
Ma non basta Checco Zalone ad invertire una rotta che si è fatta impervia e tortuosa. Aspettare come una manna dal cielo un film girato nella propria città è come delegare a terzi il proprio destino. E la delega se è consentita in alcuni casi non lo è quando in gioco c’è il futuro della comunità.
Se siamo costretti a delegare in bianco culturalmente  e socialmente vuol dire che il livello di guardia è stato ampiamente superato. E se nessun modello culturale viene proposto, se pur destrutturato e non istituzionale e convenzionale, una fetta grandissima di responsabilità è da ricercarsi esattamente in chi oggi presenzia aggregazioni associative di un certo prestigio e con una certa storia alle spalle.
Marco Travaglio userebbe la parola Slurp per sintetizzare in un verso qual è l’atteggiamento della “intellighenzia nostrana” nei confronti del potere. C’è un demone che si aggira da tempo in città: la mancanza di irriverenza nei confronti del potere. Anche i giullari di corte conservavano la propria dignità mostrando al potere costituito la parte ilare piena e intrisa di stoccate irriverenti. Nella nostra città che negli anni ha avuto grandi movimenti irriverenti adesso albergano, nel migliore dei casi, questuanti del contributo comunale o regionale. E il potere ne ricava consenso e mostra, probabilmente, di aver capito prima e meglio qual è l’attuale comune sentire.
Io non sono capace di stabilire se i parametri della convivenza civile siano cambiati, e cioè se il rapporto cultura-popolo-potere sia tornato quello medievale (considerando che anche allora di  eretici e irriverenti ce n’erano). Ma penso di aver capito che al momento il convento passa solo questo. E il film di Checco Zalone diventa l’espressione migliore, nel senso vero del termine, di un momento storico in cui non c’è da illudersi di apprezzare ulteriori proposte aggiuntive e affatto sostitutive.
Io dico: meno male che Checco Zalone c’è! Io lo trovo irriverente e profondo.
Buon 2016 e un abbraccio a tutte e tutti. Che sia l’anno dell’irriverenza intelligente, l’unico antidoto al conformismo e al provincialismo.

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