Pandemia, continuità assistenziale e servizi socioeducativi adesso più importanti che mai

L’importanza delle USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale, gruppi formati da medici di famiglia e guardie mediche per l’assistenza delle persone affette da coronavirus direttamente nel loro domicilio)

Conversano – Le preoccupazioni, la rabbia, la delusione e le proteste che in questi giorni e in queste ore vengono manifestate nei modi più diversi da pediatri, genitori, bambini e ragazzi, docenti, esercenti, amministratori locali, virologi professionisti e perfino virologi laureatisi al bar sotto casa, stanno facendo emergere con grande chiarezza i limiti e le carenze di alcune politiche pubbliche. Perché, come al solito (ma non dovrebbe essere così!) si scopre l’importanza di alcuni servizi e della relativa spesa nei giorni bui in cui questi servizi sarebbero ossigeno puro per tanti. E farò solo due tra i mille esempi possibili.
La continuità assistenziale, grazie ai servizi sanitari territoriali, è un bene prezioso, per i malati che possono e vogliono essere curati a casa, e per la rete ospedaliera che oltre un certo carico non può reggere, e se deve scegliere chi curare deve poter scegliere tra casi meno gravi e casi più gravi, e non tra anziani e giovani, o tra amici del primario e altri cittadini. E allora scoprire che la sanità territoriale manca di risorse umane e finanziarie, manca di organizzazione, ma può contare su una rete di infrastrutture e una dotazione di tecnologie molto potenziata nell’ultimo decennio, dovrebbe fornire indicazioni chiare sugli sforzi da compiere e sugli investimenti da mettere in campo: le USCA (unità speciali di continuità assistenziale) non possono rimanere sulla carta, e quando sono costituite non possono essere impiegate solo per fare i tamponi a domicilio. Nelle Regioni (es. EmiliaRomagna) dove funzionano costituiscono un tessuto connettivo importante tra medici di base e strutture sanitarie, assicurano tempestività nell’avvio delle cure e consentono la riduzione della pressione sugli ospedali.
I servizi socioeducativi e sociali per i bambini, i ragazzi e le famiglie non sono più intesi (finalmente!) come servizi residuali per le fasce sociali più fragili, per quelli che da soli non ce la fanno, e gli asili nido non sono più intesi (ormai da molti anni) come parcheggio per i bambini di mamme in carriera. Anche grazie, purtroppo, a questa maledetta pandemia, abbiamo scoperto che sono servizi essenziali per il benessere e per la crescita dei bambini e dei ragazzi, per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, per la tenuta dell’intero sistema familiare, persino a latitudini come le nostre, dove il welfare dei nonni è quello che ancora mette le toppe più importanti.
E allora investire in servizi – anche qui, potendo contare in Puglia su una rete di strutture cresciuta in modo esponenziale tra il 2008 e il 2016 – per rafforzarne l’offerta, per sostenere le imprese sociali e la sostenibilità economica dei servizi erogati, per accrescerne l’accessibilità sostenendo anche la domanda da parte delle famiglie, non è opportuno, è indispensabile.
Si tratta di far ripartire politiche pubbliche essenziali che da alcuni anni hanno visto prevalere la tendenza alla monetizzazione dei diritti sociali, con la sostituzione delle misure monetarie al potenziamento dei servizi: attenzione, non vanno messe in discussione le misure monetarie di sostegno al reddito, quelle sono altra cosa e rispondono ad altre esigenze ed emergenze. Si fa riferimento alla tentazione costante a tutti i livelli di erogare contributi per compensare l’incapacità del sistema di offrire servizi: questa tendenza già normalmente rischia di alimentare il sommerso che nei servizi di cura e di conciliazione è già troppo esteso, e in fasi come questa sono addirittura inutili, perché alle famiglie lasciate da sole nella gestione di bambini ragazzi e anziani, devono avere più servizi: un conto sono i buoni-servizio ancorati a una rete accreditata di servizi, e ben altro conto sono voucher non vincolati e sostitutivi dei servizi (perché fare gare, partenariati, convenzioni è più difficile è rischioso…), assegni di cura, ecc…
Abbiamo imprese non profit e profit che da anni investono coraggiosamente su professionalità, servizi e strutture: ora è il momento di tornare a investire sui servizi pubblici e privati di qualità, e di farlo puntando su Comuni che non devono essere vissuti come bancomat, ma come cabine di regia per l’organizzazione della rete di welfare a livello territoriale, per il governo delle regole di accesso assicurando pari opportunità per tutti, per il controllo della qualità dei servizi erogati.
La spesa sociale non può più essere considerata residuale, ne’ negli importi ne’ nelle modalità di utilizzo delle risorse; la spesa sociale è un investimento fondamentale per le famiglie, le persone e il sistema.
Siamo in emergenza si dirà, non c’è tempo di pensare a tutto questo.
NO, invece, proprio perché siamo alla seconda emergenza in cui finiamo dentro da capo a piedi, ora non possiamo più sbagliare e perdere anche questa occasione per … uscirne migliori!

Anna Maria Candela
Anna Maria Candela, autrice di questo articolo, ha diretto per 14 anni la sezione Welfare della Regione Puglia

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