Potrebbe sembrare di primo acchito banale citare l’incipit della più nota e sentita canzone natalizia italiana, il cui autore era un vescovo e compositore napoletano del Settecento.
Cercherò di mostrare che non è così.
Natale è sicuramente la festa religiosa (e laica, perché, come diceva il non credente Benedetto Croce: “Non possiamo non dirci cristiani”) di gran lunga più sentita da noi italiani. Il motivo è a mio parere il fatto che la nascita sia il miracolo dei miracoli, che si perpetua ogniqualvolta un essere umano vede la luce. Per chi crede, la nascita del figlio di Dio ha altresì un significato ancora più esteso, capace di permeare l’esistenza intera.
Ma per chi come il sottoscritto ritiene che tutto il creato sia antropocentrico, la nascita finisce con l’abbracciare l’esistenza intera dell’universo, essendone il fine precipuo.
In biologia vi è una frase folgorante che si riferisce alla nascita di un bambino: “L’ontogenesi riassume la filogenesi”. Detto in termini più semplici, nei nove mesi che passano dal concepimento alla completa formazione dell’essere umano, l’evoluzione del feto riassume i quattro miliardi di anni che hanno portato la vita sulla terra a passare da quel primo esserino monocellulare che misteriosamente apparve nel cosiddetto brodo primordiale, all’incredibile sequela evolutiva che ha condotto all’uomo. La cellula concepita, in nove mesi passa tutti quegli stadi. Insomma, il feto, prima di diventare un uomo completo fa il riassunto di tutti gli esseri viventi.
In questo prodigio risiede anche quel residuo di speranza inconscia, che risiede in ogni uomo, che non tutto vada perduto. In uno splendido libro, Il mondo di Sofia, di Jostein Gaarder, in cui alla giovane quindicenne protagonista giungono delle lettere con cui le si dischiude il mondo della filosofia, allorquando si giunge alla spiegazione della creazione dell’universo, l’interlocutore dice che è come un coniglio che appare dal nulla nel cilindro di un prestigiatore. E soggiunge che noi tutti siamo, con le nostre speranze, fortemente aggrappati alla pelliccia di quel coniglio.
Ma cosa c’entrano le stelle? Ebbene, un eccentrico astronomo del secolo scorso, Fred Hoyle, sostenne che la vita sulla terra sia arrivata attraverso lo spazio. Magari per mezzo di una stella cometa, o altri noti vettori celesti. Per tanto tempo è sembrata una teoria bizzarra, finché non ci sono stati, negli ultimi anni, prime conferme di tracce di cellule viventi al di fuori del nostro pianeta.
Ora, essendomi sbilanciato troppo nell’avallare teorie, scientifiche e non, che sono ancora del tutto opinabili, non mi spiace pensare che la tesi di Hoyle sia, quanto meno in una finzione poetico-letteraria, quella giusta, e vorrei augurare a tutti i lettori un Buon Natale con la segreta sensazione che noi, assieme a Gesù Bambino, siamo tutti scesi dalle stelle