È stridente il contrasto di questi giorni tra il triste perdurare della pandemia, con il suo strascico di sofferenza e di pericolo, e l’avvento del carnevale, che è portatore di allegria e di festa.
Un carnevale questo, in tono davvero minore, in cui le maschere sono state soppiantate dalle mascherine, che indossiamo sapendo di nascondere la parte inferiore del volto. Quella parte che è depositaria di una delle armi più potenti di sopravvivenza che ha l’uomo: il sorriso.
Eppure il sorriso è capace, come dice la frase oggi, di sgorgare anche dalle lacrime, e quindi dal dolore. Talvolta esso esplode in maniera improvvisa e spontanea, quasi che il nostro istinto di sopravvivenza sia superiore a tutto. Erri De Luca nella sua bella poesia “Valore” considera un valore, tra le tante cose, un sorriso involontario.
Il riso finisce anche per essere un’arma non violenta – mi si perdoni l’ossimoro – cui ricorrere quando si è totalmente indifesi e non si ha null’altro da opporre a chi ci soggioga. La famosa frase “una risata vi seppellirà”, di paternità incerta, ne è esempio eclatante.
Nel libro “Il lupo della steppa” Hermann Hesse raggiunge una vetta estrema nel parlare della grande capacità taumaturgica del riso quando scrive la seguente frase:
“I lupi della steppa che sono senza pace, che soffrono continuamente e terribilmente, che non hanno lo slancio necessario per arrivare alla tragedia, per penetrare nello spazio astrale, che sentono la vocazione dell’assoluto eppure non vi possono vivere: quando il loro spirito si è fatto abbastanza forte ed elastico nella sofferenza, trovano la confortante via d’uscita dell’umorismo”.
Quindi, se riusciamo a non perdere la capacità di ridere, persino di noi stessi, pur nelle avversità, allora, come dice Papa Giovanni, ci slanciamo leggeri verso il cielo.