Un anno fa la notizia della morte di Vito è deflagrata nel silenzio e nella lentezza delle nostre vite in lockdown, anche se da molto tempo la sua presenza era diventata assai discreta, per la necessità di dividersi tra la battaglia ingaggiata con la malattia che lo stava divorando, i suoi affetti più cari e le sue letture. E’ deflagrata nelle nostre vite, con l’incredulità che fosse davvero successo, con la rabbia di non poter neppure celebrare un rito collettivo di saluto, con il dolore di una perdita definitiva.
Per molti tra noi Vito è stata una persona importante, travolgente, ingombrante, esigente, stimolante, perfino incosciente; è stato un pezzo di vita, l’educatore in tante esperienze formative importanti, è colui che ha contribuito in modo determinante a forgiare le nostre personalità, è stato la ragione stessa del nostro approccio all’impegno politico e all’impegno sociale.
Per me è stato Azione Cattolica, Laboratorio Politico, Associazione Antigone, movimento politico L’AltraCittà: chiunque in quegli anni, tra il 1986 e il 1995 avesse avuto il privilegio di una simile successione di esperienze collettive non poteva che uscirne cambiato, cresciuto, più consapevole. Vito è stato una fonte continua di attenzione e stimoli per una intera generazione, ha svolto un lavoro continuo e senza riserve per renderci parte attiva di quella che oggi chiameremmo senza riserve una comunità generativa.
E se la vera sfida educativa è quella di essere generativi, ecco lui è stato un grande educatore!
Non so se il risultato dei suoi sforzi, quello che siamo diventati e che abbiamo fatto, nel bene o nel male, gli piace, ma voglio sperare che ci osservi con il suo solito sorriso e con una buona dose di benevolenza che non gli mancava mai, con la sua proverbiale generosità.
Dall’incontro con Vito, ma anche dalle discussioni accese con lui, dagli scontri, dai silenzi e dalle ripartenze, non solo ciascuno di noi è uscito migliore, perché cresciuto nell’esperienza di sé e nel rapporto con l’altro, ma soprattutto si è palesata più larga e più inclusiva la comunità dei “ragazzi e delle ragazze di Vito Bonasora”, tanto da scardinare persino una parte delle liturgie della politica politicante, per arrivare ad assumersi la responsabilità della guida della Città, tra il 1995 e il 2001 ancora una volta insieme a una comunità di persone e di esperienze anche molto diverse tra loro.
Ecco, tutte le volte che negli ultimi vent’anni qualcuno, più o meno anziano, più o meno giovane, ricordava “gli anni di Vito Bonasora Sindaco di Conversano”, più o meno esplicitamente non faceva riferimento solo alla capacità progettuale e realizzativa, al lavoro per rendere Conversano attrattiva sul piano culturale ed economico, ma ricordava la sensazione di essere parte di una comunità speciale in un momento speciale per la città.
E in questi giorni, mentre ci avviciniamo al primo 20 marzo senza di lui, al primo anniversario della sua morte, io ho pensato proprio a quella sensazione, che non è nostalgia, non solo, non è rimpianto per il tanto ancora che si poteva realizzare, non solo, non è tristezza per una fase della vita che non ritorna, non solo. No, è proprio la consapevolezza di non poter più sentirsi parte di un progetto collettivo, di una comunità di persone che lavorano per una idea di città, per una idea di impegno sociale, per una idea di rinascita culturale e turistica, e tanto altro.
E’ tanto più viva questa sensazione di perdita e di mancanza, quanto più realizzo che cosa questo ultimo anno è stato per tutti noi, per effetto della pandemia e della crisi sociale ed economica che ne è derivata.
La pandemia ci ha catapultati in una dimensione sociale del tutto nuova rispetto al passato, da diversi punti di vista: quello delle relazioni umane e familiari, quello del rapporto con il nostro lavoro, quello della convivenza con nuove fragilità individuali e collettive, che richiedono risposte nuove nel merito e nel modo di costruirle.
Questo ultimo anno è stato (e lo è ancora, per certi versi) un esperimento sociale inedito, quello in cui siamo stati sottoposti come esseri umani durante il periodo del distanziamento fisico e sociale e del lockdown, alla solitudine totale per alcuni, al distacco da molti affetti importanti per altri, alla convivenza forzata e continua in spazi ristretti, alla rinuncia a progetti di vita e professionali importanti.
Ripartire è connettere persone risorse ed esperienze, ricucire relazioni, riattivare percorsi, innovare senza cambiare tutto, ma cambiando per il meglio.
E nella nostra Conversano da troppo tempo si è perso il senso di comunità ed è maledettamente più difficile raccogliere la sfida di aiutare le persone che sono davvero in grande difficoltà, non solo materiale, di supportare le famiglie in cui neppure la funzione educativa è assolta in modo sereno, di potenziare gli sforzi di solidarietà e di erogazione di servizi da parte di meritorie organizzazioni del terzo settore. Eh no, non è questione di gentilezza, né di carità pelosa, né di politici più o meno presenti; è questione di concretezza, di capacità collettiva e di cura delle relazioni ben oltre gli interessi particolari dei singoli, di aiuto che attiva e che genera nuove energie, nuove reti, nuove idee; è questione di collaborazione per mettere al centro del proprio vivere civico la cura dei beni comuni, che sono luoghi, ma anche relazioni, e valori assoluti, come la salute, la bellezza.
In questo momento in cui ripartire è l’imperativo sociale, non posso non pensare a quanto sarebbe stato un privilegio vero poterlo fare insieme a Vito, lui che delle comunità era l’ideatore, il costruttore e l’animatore, con tutte le sue risorse e i suoi limiti umani.
Ciao Vito, ci manchi, molto.