Un sassolino che cade il primo maggio non può non parlare di lavoro. Le grandi trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche – una su tutte, Internet – in un contesto da Villaggio Globale, hanno provocato altrettante drammatiche mutazioni nel mondo del lavoro. Purtroppo non sempre positive. Mi domando quanto differenti siano i tristi scenari industriali descritti da Charles Dickens da quello che succede oggi nei call center, nel lavoro dei rider, nelle multinazionali delle vendite online, nella produzione di strumenti elettronici come in quelle di capi di abbigliamento di massa, e, per finire, nell’utilizzo degli extracomunitari nei lavori stagionali in campagna.
Sembra quasi che la catena di montaggio dello sfruttamento lavorativo sia una catena senza fine.
Eppure ci sono anche segnali di altro tenore. Si sta sviluppando lo smart working e vi sono altresì iniziative significative – per esempio nel nord Europa – tese a ridurre l’orario di lavoro, limitandolo per esempio a quattro giorni la settimana, e riscontrando addirittura un aumento nella produttività, oltre che lasciando maggior spazio al tempo libero.
Tornando al lavoro in sé, si dovrebbe cercare di porre massima enfasi alla sua qualità, prima ancora che alla quantità e ai meri profitti. Questo potrebbe portare ad una maggiore affezione verso quella che Freud disse essere, accanto all’amore, l’altra cosa fondamentale di cui l’uomo ha bisogno nella vita: il lavoro, appunto.
In conclusione, essendo il 1° maggio giorno di festa nazionale, credo sia pertinente chiudere in modo semiserio con il seguente aforisma dell’umorista inglese Jerome Klapka Jerome:
“Amo il lavoro; mi affascina. Posso star seduto per ore a guardarlo”.