Interventi di lavoratori durante la manifestazione organizzata dal movimento politico presente in Consiglio Comunale
Conversano – “Devo fare pubblica ammenda, da anni ricopro la funzione di segretario della Camera del Lavoro della CGIL di Conversano e da anni il 1 maggio non viene celebrato. Ringrazio per questo i ragazzi del movimento Quark“. Si è scusato direttamente in piazza, intervenendo alla celebrazione del 1 maggio che quest’anno ha visto l’iniziativa lanciata dal movimento politico Quark, il segretario della CGIL di Conversano Vitantonio Renna. Il suo è stato l’ultimo degli interventi durante il pomeriggio del giorno della festa dei lavoratori che ha visto le testimonianze di donne e uomini rappresentanti di numerosi settori lavorativi. Renna ha continuato il suo intervento, preceduto da scuse pubbliche, parlando del 1 maggio come festa laica accanto a quella del 25 aprile e denunciando pratiche in uso nel settore privato: “Sono cresciute le diseguaglianze e in questi anni mi sono trovato più volte in situazioni che vedevano i lavoratori percepire una busta paga e dover restituire ai datori una parte di essa”. Una denuncia forte, quella del segretario della CGIL, che avrebbe bisogno di essere formalizzata soprattutto perché deriva dalla forza sindacale più importante.
Completamente assenti gli altri sindacati confederali, CISL e UIL.
Intervento introduttivo di Marco Patruno (Quark)
Buon pomeriggio a tutte e tutti, oggi per me e per tutte e tutti noi è importante parlare, parlarvi in questa piazza. Quale giornata migliore per farlo se non il Primo Maggio, per eccellenza LA giornata delle manifestazioni, la festa dei lavoratori e delle lavoratrici che finalmente torna a Conversano e torna in un contesto difficile come quello dell’anno di pandemia. Nel mio intervento introduttivo vorrei rivolgere un pensiero a tutte le persone che anche oggi lavorano partendo dai medici, infermieri e infermiere e tutti i lavoratori e lavoratrici del settore sanitario che continuano a lavorare per garantire il contenimento della pandemia partendo dai reparti ospedalieri fino agli hub vaccinali. Ma anche a tutte le categorie ritenute essenziali che hanno lavorato ininterrottamente: dagli addetti e addette alle pulizie, passando per la Scuola fino ai lavoratori e lavoratrici di tutta la nostra filiera alimentare oggetto di un barbaro sfruttamento da parte di caporali e imprenditori senza scrupoli, a partire da chi
raccoglie le materie prime nei campi fino a chi ci porta il cibo a casa, sfruttato da piattaforme inumane e inique.
Insieme a chi non ha mai smesso di lavorare le altre categorie a cui ci rivolgiamo oggi, sono quelle che invece non hanno potuto lavorare in questo periodo, e penso alle piccole attività commerciali, bar, ristoranti, ai lavoratori e lavoratrici della cultura e a mille altre categorie che il tempo di un breve intervento non mi permette di citare.
Nel citare prima i rider vorrei ricordare anche Antonio Prisco, compagno della Nidil CGIL di Napoli, rider e sindacalista, morto ieri, che con la sua attività sindacale, rinunciando a mesi di reddito, ha permesso che Deliveroo e il suo algoritmo venissero condannati perché discriminatori. La dedica di questa giornata va a lui e alla sua famiglia, a cui ci stringiamo.
Ritrovarsi insieme il primo Maggio ha un significato forte, e il senso di questa giornata deve essere riaffermato in maniera chiara. Per chi un lavoro ce l’ha e chi no. Qualche settimana fa una delegazione di Confindustria ha risposto allo sciopero di alcuni lavoratori portuali di Genova affermando che “il Lavoro è un privilegio”. Questa è una minaccia pesante che capovolge completamente il senso del Lavoro che ci restituisce la nostra Costituzione antifascista, ovvero che il lavoro, nonostante l’opinione di Confindustria, è stato, rimane e sarà sempre un DIRITTO. E Il diritto a un lavoro, insieme a quello a una giusta retribuzione e
a condizioni rispettose della persona sono il minimo che uno Stato deve garantire.
Un diritto quello del lavoro, negato anche quando è precario o le condizioni in cui si lavora non sono sicure o al di sotto degli standard, e di Lavoro si continua a morire e specialmente in quest’ultimo anno, ad ammalarsi. Dal rapporto INAIL sugli infortuni da Covid, da gennaio 2020 a Marzo 2021 ci sono stati più 165.000 contagi sul luogo di lavoro, il 70% dei quali ha colpito lavoratrici, di cui 551 hanno avuto purtroppo esito mortale. Questi sono i dati ufficiali dei casi denunciati, quindi sono stime parziali e sicuramente inferiori ai dati reali, ma comunque significative. Io ho 24 anni. La mia generazione è stata educata non al “fare bene”, ma al “fare presto” perché bisogna essere produttivi, sempre, non bisogna mai fermarsi e prendersi un attimo per
riflettere. Non a caso ormai applichiamo i concetti di mercato e profitto anche ad ambiti che non dovrebbero seguirli, come ad esempio quello dell’arte e della cultura.
E se poi non ce la fai, è colpa tua perchè non ti sei applicato abbastanza, scaricando sulle singole persone le responsabilità di un sistema disfunzionale che va verso una continua e progressiva “precarizzazione” permanente. Tutti i lavoratori e le lavoratrici, specialmente quelli giovani, devono piegarsi agli imperativi della “flessibilità” e della “precarietà”, della competizione con altri lavoratori in una corsa al ribasso dove perdono tutti, dove i diritti si assottigliano o scompaiono e le condizioni di lavoro peggiorano, con lo smart working che ha solo peggiorato ed esasperato le cose, abbattendo quel fragile equilibrio tra vita lavorativa e tempo libero. Vogliamo riaffermare che il lavoro precario non è lavoro dignitoso. Le nostre parole, oggi, vogliono arrivare a tutti i lavoratori e le lavoratrici che vivono disagio lavorativo, piccolo o grande che sia. Ed è a loro, ai lavoratori e alle lavoratrici che abbiamo chiesto di portare le loro testimonianze sul significato di questa giornata e di come lavorare sia cambiato a causa della pandemia, abbiamo voluto conoscere le loro storie.
Perchè conoscere la realtà che ci circonda, conoscerla profondamente è il primo passo per cambiarla, perchè molte, troppe cose non vanno. C’è anche un questionario, completamente anonimo che potete compilare, inquadrando con il vostro telefono il codice QR su quel cartellone. Inoltre se qualcuno di voi vuole condividere la sua storia di disagio lavorativo o semplicemente la sua storia di lavoratore o lavoratrice che ha a cuore i diritti propri e degli altri, può farlo questo microfono è aperto.
Noi come Quark vogliamo riportare il lavoro al centro del dibattito anche a livello cittadino, lo abbiamo fatto recentemente nel consiglio comunale con proposte a favore dei lavoratori e delle lavoratrici, ma anche a favore di studenti e studentesse e a tutte le fasce della popolazione in difficoltà. L’abbiamo fatto perché crediamo che a livello comunale la distanza tra la politica e la popolazione sia minima e permetta di conoscere molto meglio le situazioni di disagio presenti, e permetta un’azione mirata e immediata. Inoltre ci sono politiche attuabili a livello comunale, come ad esempio quella della pianificazione urbanistica che
incidono fortemente nella creazione di posti di lavoro.
Quindi anche oggi vogliamo riaffermare che gli enti comunali devono tornare a occuparsi di politiche del lavoro, collaborando con tutte le parti sociali. Parlando di parti social rivolgo un saluto ai sindacati e ai loro rappresentanti che sono con noi oggi, e che voglio ringraziare a nome del mio gruppo per la loro presenza e i loro interventi.
Infine saluto e ringrazio tutti e tutte coloro che interverranno dopo di me.
Intervento di Tania Lavarra, lavoratrice dello spettacolo
Dalla chiusura del 23 febbraio 2020 sono passati 433 giorni, 17 ore, 37 minuti, 14 Secondi. Il tempo è scaduto! Così recita la pagina iniziale del sito dell’associazione “Bauli in Piazza” che il 17 Aprile 2021 ha manifestato a Roma e sei mesi prima a Milano. Il tempo è scaduto. Ma in realtà il tempo per le lavoratrici ed i lavoratori dello spettacolo è stato sempre un concetto piuttosto malleabile e che ora invece è diventato distante, straniero, precario. Questo tempo concesso “solo” al lavoro, al consumo ed alla produttività a noi non è concesso. Ma non mi sono ancora presentata. Ciao a tutte e tutti e tuttu. Mi chiamo Tania, ho 32 anni e sono un’ ARTISTA. Sono una cantante, un’insegnante di canto, operatrice musicale per bambini, attivista, organizzo eventi culturali in questa città ed è un anno e mezzo che io non lavoro. Noi artiste ed artisti non solo non lavoriamo da un anno e mezzo ma siamo stati completamente dimenticati da tutti. Siamo invisibili. Non siamo necessari. Siamo maschere nere senza anima, senza un corpo che ha delle necessità, una storia, una vita da vivere ed anche da pagare. Ci hanno tolto tutto la dignità, la voce, la creatività e ci hanno tolto il sacrosanto diritto di fare il lavoro. Di condivisione, di fare comunità di sentirci ancora parte integrante di un unico e solo suono. Ma voi ve lo ricordate l’ultimo concerto a cui avete assistito? Vi ricordate quelle emozioni, quelle sensazioni che vi fanno sentire vivi? Rivendico il diritto alla bellezza, al divertimento, alla connessione tra le persone, rivendico il diritto alle emozioni ma soprattutto rivendico il diritto al sentirmi al sentirci vivi e quindi necessari. E tutto questo senza la musica, senza l’arte non può esistere. L’arte è lavoro. Che cosa strana sentirlo. Lo voglio ripetere ancora: l’arte è lavoro. L’arte è lavoro. E l’arte è stato lavoro anche prima della pandemia e questo blocco ha solo puntato dritto un bel faro illuminato difronte ad una realtà, quella della cultura, che muove l’economia italiana ma senza diritti, con una burocrazia macchinosa, circolari sui piani di sicurezza con costi proibitivi che fermano la possibilità dei più piccoli di poter lavorare dando spazio solo ai grandi eventi con budget che possano sostenere i costi proibitivi. Con almeno 7 tipologie contrattuali diverse che significa lavorare nello stesso ambiente ma con diritti diversi. Tutto questo non fa altro che aumentare esponenzialmente la precarietà di questo lavoro, l’illegalità artistica, il lavoro a nero. Non biasimo le persone che ancora oggi alla mia risposta alla domanda “Che fai nella vita?” mi rispondono “Si ma, per lavoro che fai?”. Ma io non ve lo nascondo. In tutti i concerti che ho fatto quello che firmavo era al massimo il borderò della SIAE, non di certo un contratto regolare che mi pagasse anche i contributi. E adesso? Adesso ci sono 340 mila lavoratrici e lavoratori dello spettacolo che aspettano. Persone che non solo non sanno come arrivare a fine mese svolgendo lavori precari (e tanto a quello sono già abituati) ma che aspettano di essere viste e visti. Che chiedono non solo di poter riprendere a condurre la propria vita normalmente, ma chiedono più sicurezze da parte di chi dovrebbe, almeno, essere competente. Dalla chiusura del 23 febbraio 2020 sono passati 433 giorni, 17 ore, 40 minuti, 1 Secondo. Ed il tempo non è solo scaduto, non c’è realmente mai stato ma è davvero arrivato il momento di farci sentire. Buon primo maggio a tutte e tutti e tuttu e grazie.
Testimonianza di un anonimo letto da Daniel Prete (Quark)
Non possiamo, in questa giornata e in questo spazio che ci siamo creati non parlare dei giovani, di precariato e lavoro povero e irregolare. Di quanto scarse e deboli siano le opportunità offerte soprattutto dal nostro territorio, anche a chi ha investito tanto nella sua formazione. La fotografia dell’Istat dice che, in Italia, da inizio pandemia 900.000 mila hanno smesso di lavorare: la maggior parte – in particolare donne e giovani – ha perso il suo posto definitivamente; solo una piccola fetta di questa platea è in cassa integrazione a zero ore e quindi può sperare di rientrare a fine pandemia. Il tasso di disoccupazione di chi ha meno di 25 anni è del 33 %, quindi un giovane su tre tra quelli attivi è senza occupazione, mentre il 29% di coloro i quali lavorano è senza contratto. È una situazione destinata a peggiorare con lo sblocco dei licenziamenti, che senza nuovi ammortizzatori sociali universali rischiano di espellere centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori o, al massimo, costringerli a rifugiarli in lavoretti irregolari e abusivi. Ma la pandemia non ha creato il problema. Ha accelerato, potenziato situazioni che vediamo da sempre nei nostri territori. Qui vogliamo denunciare la condizione precaria e irregolare dei giovani, che è persistente al Sud e anche nella nostra città. Quanti ragazzi e ragazze sono andate via per lavorare, come la testimonianza che abbiamo sentito? Conversano negli ultimi 7 anni ha perso 1000 under35. E quanti di noi ragazzi, lavorano per permettersi semplicemente di vivere da ragazzi, oppure per pagarsi gli studi, i libri da leggere. Quanti di noi, per esempio, sono andati in campagna o nei bar, per raccogliere quel poco che serve per raggiungere un piccolo desiderio. Era per questo che per esempio, Barbara in consiglio ha cercato di riportare un asse formazione-giovani-lavoro che è quello su cui deve basarsi la ripresa. Abbiamo voluto riportarvi una testimonianza di un altro nostro concittadino, un giovane, anche lui ormai lontano, e che ha voluto condividere in questa piazza la sua esperienza di lavoratore in nero. È una testimonianza a cui teniamo molto. In qualche modo anche Quark affonda le radici in un contesto che non garantisce i diritti, le tutele, condizioni accettabili, e come tanti altri soggetti siamo qui a rivendicarli affianco a tutti i lavoratori e lavoratrici, giovani e non, qualificati e non, che vivono ancora oggi il disagio lavorativo. Senza colpevolizzare gli esercizi, le attività che pur sono tartassate da oneri e tasse importanti, crediamo che soltanto assieme possano essere superate queste situazioni. “Lavoro nella ristorazione da quando frequentavo l’Istituto Alberghiero di Castella.Oggi ho 26 anni, quindi è ormai diverso tempo che sono in questo mondo. Penso di aver acquisito una non indifferente esperienza pratica in questo tipo di mestiere e, allo stesso tempo, ho collezionato una vasta serie di esperienze di lavoro nero. Durante la lunga gavetta che ho fatto a Conversano ho potuto vivere i pregi e difetti del lavorare nella ristorazione, nonché del lavorare in un paese del sud. Sin da piccolo, tra gelati, caffè e cornetti, ho dovuto far fronte a un’ingiustizia che mi faceva vivere in perenne precarietà e tensione sia lavorativa che personale. La routine prevedeva l’omissione di verità in caso di incidenti sul lavoro, paga misera al minimo del minimo sindacale sempre in ritardo e con scuse talmente inaccettabili che rasentavano il ridicolo, eccessivi orari di lavoro, datori di lavoro che si osannavano e si consideravano dei benefattori, tanto da voler essere venerati dato la loro bontà d’animo nel dare del lavoro alla gente e chi più ne può, più ne metta. Ho sempre dato il massimo, buttando sangue, veleno e sudore, i miei sacrifici non sono mai stati notati, anzi venivano fatti passare per doveri da attuare così da poter “crescere”. L’unico lato positivo era la socialità al di fuori del lavoro, dove ogni cosa spariva, era come un comodo velo steso a camuffare la solita routine e il suo ritorno all’indomani. Da 6 anni a questa parte mi sono trasferito all’estero dove la realtà lavorativa è tutt’altro rispetto a quella a cui ero abituato. Ricordo che la prima volta che sono venuto a contatto con questa nuova normalità sono rimasto sbigottito da come assomigliava a tutto ciò che ho sempre e solo potuto immaginare. Il lavoro nero, anche se purtroppo ancora esiste ed è la regola a Conversano e in Italia, è altamente lontano da considerarsi normale, come pensavo anni fa. La situazione lavorativa in cui vivo da 6 anni a questa parte, ovviamente, non è esente da problemi ma si avvicina molto a una situazione desiderabile. Ora ho una stabilità economica e conduco una vita dignitosa, non nascondo, però, che quello che mi manca e che ricordo con affetto è la vita a Conversano e le persone della mia adolescenza.”
Intervento di Barbara Accardo, consigliere comunale di Quark
Buon pomeriggio a tutte e a tutti e benvenuti a questo Primo Maggio Conversanese! Ringrazio tutte e tutti voi che ci state ascoltando e che partecipate a questo giorno così importante come la festa delle Lavoratrici e dei Lavoratori!
Per l’occasione, ed io aggiungerei non soltanto per la giornata di oggi, abbiamo deciso di riportare alcuni degli articoli della nostra Costituzione: a partire dall’art.1: “L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul Lavoro”, intendendo il Lavoro come un diritto fondamentale di tutti i cittadini. L’art.4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto.” Il riferimento al lavoro di cui al primo articolo della nostra carta costituzionale ci fa capire che si è voluto rimarcare come ,nell’ambito delle norme fondamentali, il lavoro rappresenta il perno centrale di tutta la vita nazionale. Eppure la crisi, ad un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19, ha messo in risalto però una serie di contraddizioni ed accresciuto una serie di disuguaglianze interne al nostro sistema e che ci costringono a riflettere sullo sviluppo del nostro Paese, della nostra Regione e del nostro comune. La crisi ha colpito duramente le donne, soprattutto nel Mezzogiorno, che per risolvere i problemi economici della famiglia ed anche personali accettano lavori anche dequalificanti. Non è un caso che abbiamo riportato anche gli articoli 36 e 37 della Costituzione. Accanto al diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del lavoro, si pone come questione fondamentale il fatto che la Donna abbia gli stessi diritti dell’uomo e che, a parità di mansioni, la stessa retribuzione. Il gender pay gap (il divario retributivo tra uomo e donna) deriva sostanzialmente dalla differenza di ore lavorative: la donna lavora meno dell’uomo. Perché? La risposta sta nella condizione del lavoro delle donne, mi spiego meglio: sembra sia una gara, in cui gli uomini abbiano la corsia libera davanti a se, mentre le donne incontrano una serie di ostacoli, che ogni giorno sono e siamo costrette ad affrontare perché culturalmente l’aspetto della cura della famiglia è ancora totalmente affidato al genere femminile e che rappresenta un intralcio alla vita lavorativa di una donna, per non parlare della gravidanza. Questo stigma culturale rende difficoltoso l’accesso delle donne al mondo del lavoro, come lo dimostra un recente licenziamento di una donna al terzo mese di gravidanza, fortunatamente poi reintegrata sul posto di lavoro. La storia di questa giovane lavoratrice, dice anche quanta strada ci sia ancora da fare per affermare il sacrosanto diritto, il giusto, specie in ambienti come quelli del terzo settore che ancora si basano su contratti precari, lavoro saltuario e diritti e tutele negati. Con Quark abbiamo svolto degli studi, sulla base di dati ISTAT, per quel che riguarda il tasso di occupazione femminile nella Provincia di Bari e tali studi ci hanno rilevato che molte imprese locali sono avviate da uomini, piuttosto che da donne. Il motivo per cui la donna tende a non avviare delle imprese, ha una matrice culturale ben precisa: quella secondo cui i “posti di comando” la fanno sentire inadeguata, perché pensare ad un uomo imprenditore anche verbalmente ha un suono ed una percezione ben diversa da quello di “donna imprenditrice”, quasi meno potete, meno forte, meno capace, meno indipendente.
La strada per superare questo divario è ancora lunga, ma questo non deve farci scoraggiare. Bisogna agire ora, costruendo dei progetti di orientamento e di formazione a partire dalle scuole, per rendere coscienti e consapevoli i giovani e le giovani, i futuri attori della società, le future lavoratrici e i futuri lavoratori, che si uniscano insieme per una giusta causa, per un lavoro che sia giusto, equo e soprattutto libero perché l’emancipazione femminile è un fattore decisivo nella costruzione di una vita che sia qualitativamente migliore!
BUON PRIMO MAGGIO A TUTTE E TUTTI!