Riportiamo il saluto a Sabino Denigris del presidente della Fondazione “G. Di Vagno”, letto durante i funerali svoltisi a Conversano il 16 ottobre nella Parrocchia del Carmine
Conversano – Mi capita per la seconda volta di vivere l’aspra ingiustizia della vita, chiamato ad assolvere ad un compito che sarebbe toccato a loro. A Rocco Murro ieri; se possibile, con crescente angoscia, a Sabino oggi.
Come non avrei mai immaginato.
Pensare di salutare, e per l’ultima volta, colui al cui battesimo ho preso parte dovrebbe essere inimmaginabile, oltre che ingiusto.
Eppure, così è!
Parlare di Sabino non è facile, lo è ancor meno in questo il momento.
La sua personalità – in larga misura inespressa, nonostante quel che sia apparso in questi lunghi anni – merita di essere approfondita e valorizzata; ed io mi auguro che altri vorranno poi associarsi e sapranno farlo, assai più e ancor meglio meglio di me: che esprimerò poche parole immerse sopratutto in un affetto profondo e antico, dal quale non è neppure estranea quell’affinità familiare che è sempre andata ben di là dal suo grado.
Ho considerato Sabino, e da sempre, un fratello minore: uno con il quale ti sarebbe piaciuto condividere sentimenti e passioni, ma anche entrare in conflitto come è nelle cose della vita, e come assai spesso è accaduto fra noi.
Come negli anni della nostra comune militanza socialista, quando ci siamo trovati quasi sempre l’uno da una parte e l’altro dall’altra parte, senza che mai sia venuto meno l’affetto: più che per comprovato contrasto nel pensare perchè quella era la sua unica e vera forma di contestare, e di opporsi al “potere”.
E perchè la sua contestazione, una forma direi consueta di porsi nel contesto, era sempre all’interno delle regole, mai al di fuori o al di sopra di esse.
Sabino, socialista di convinzione profonda e non per convenienza: lo era perchè lui il socialismo l’ha respirato fin dai suoi primi vagiti.
Era socialista suo padre, uno che non era difficile incontrare nella sua piccola bottega di Corso Umberto che nel tempo che gli restava dalla sua nobile professione di orologiaio era alle prese con l’Avanti!, appunto il giornale dei socialisti; e negli anni ‘50, quando non era così diffuso.
Ma Sabino aveva qualcosa in più: la “conoscenza”, il “sapere” di cui era avido consumatore e che aveva immagazzinato da sè. Attraverso i libri che amava leggere, e fino alle ultime settimane di sua vita e che abbiamo cercato di mai fargli mancare, con l’aiuto impareggiabile della sua Mariella; attraverso i giornali che erano il suo quotidiano alimento; attraverso il suo girovagare per le contrade di quella nazione che lui ha amato dal profondo e che conosceva assai meglio: la Spagna della grande tradizione democratica, quella che lottò aspramente contro il franchismo; la Spagna della guerra civile con Dolores Ibarruri ma anche con Pietro Nenni, e poi la Spagna riformista di Félipe Gonzales, di Alfonso Guera e dei loro compagni, della quale sapeva tutto e che lui ha conosciuto dal vivo, recandovisi più e più volte: tornando ogni volta carico di notizie, di racconti, di libri e di riviste.
Sabino era un uomo colto, molto colto: e come come ogni vero uomo di cultura non ha mai ostentato il suo sapere che piuttosto, con grande discrezione, ha saputo e – solo se richiesto – voluto condividere.
Il suo sapere non era solo la sua proverbiale, mitridatica memoria: con le sue indimenticabili performance nel ricordare anno e mese, in non pochi casi il giorno, di nascita di una quantità sterminata di persone: era molto, molto di più.
Era innanzitutto passione, uso non a caso “passione” per la storia e attaccamento alla Memoria: ed era consapevole del forte legame fra loro ma anche dell’antico conflitto tra la Storia come conoscenza accertata del passato e la Memoria come suggestione di ricordi e immagini, continua rielaborazione di fatti e idee: come a Sabino riusciva e con straordinario fascino.
Il tutto, assistito da una notevole capacità di analisi e anche nel saper immergere gli eventi nel presente della storia.
Conoscitore come pochi di storia locale, anche di quella apparentemente minore, ma attraverso anche la quale si realizza quello che per Turati era il “Socialismo che diviene”: e che per Sabino era l’alimento di ogni giorno.
Ma, ripeto, di questo solo in seguito si potrà fare una narrazione più approfondita, chiamando studiosi e i tanti Amici che lo hanno conosciuto e frequentato; assai spesso usufruendo – come sovente è capitato a me – del suo sapere.
Come sono certo la Fondazione, assieme a chiunque vorrà, saprà fare.
Oggi a me tocca il triste dovere di un primo ricordo in particolare dell’incoraggiamento che, non solo a parole, lui ci ha regalato – vent’anni addietro, ormai – quando si decise di rianimare una Fondazione che era “in sonno”: il cui progetto lui volle subito condividere, mettendosi all’opera come mai aveva fatto neppure negli anni della sua pur lunga e operosa militanza di partito.
Lo fece perché ne condivise prima le idealità, di cui a sua volta sentiva il bisogno come l’aria per respirare, poi il progetto, infine l’operatività alla quale ha contribuito, fuor da retorica, con vera e ritrovata passione.
Ho raccontato in una mia recente pubblicazione il contributo militante di Sabino alla nascita della Biblioteca della Fondazione: ed oggi, quando essa ormai come Community Library è un’eccellenza per la vita culturale della città, sento di poter segnalare che “nulla sarebbe stato senza di Lui”.
Nelle chat che appena diffusasi la notizia si stanno incrociando da questa mattina estraggo alcune espressioni di vecchi compagni che da ogni parte della terra di Bari stanno partecipando al nostro comune dolore e rimpianto: “un compagno sfortunato, che avrebbe meritato molto di più dalla vita e dal partito”, scrive un importante dirigente socialista, “studioso eccellente e grande passione”, racconta un intellettuale, “enciclopedia vivente della nostra storia”, scrive un compagno sindaco, e tanto altro ancora!
Oggi, di fronte alla sua salma ancora calda, mi sentirei di sottolineare la sua umiltà e modestia che nessuna sua ironia ha potuto mascherare: ma del tutto inappropriate in un mondo nel quale egolatria ed egoismi ormai cominciavano il loro inarrestabile percorso di sopravvento, impedendo che a lui fosse resa giustizia.
Ma allora, e non dopo – quando tutto è più facile e non costa nulla -, quando si è in tempo e quando occorre solo un pizzico di coraggio in più.
Quando a Sabino sul posto di lavoro da parte dei vertici della sua Banca avrebbe dovuto, lo sottolineo con forza quel DOVUTO, essergli riconosciuto quello che non per le ascendenze familiari – non essendo figlio nè di magistrati nè di influenti uomini politici – gli sarebbe toccato; e come a gran voce reclamavano studiosi che con lui avevano a che fare: da Vittore Fiore a Mario Dilio, a coloro che dettero vita e hanno collaborato alla rivista Delta.
Oggi, caro compagno e fratello mio, non ci resta che congedarci, senza clamore ma senza rinunciare al coraggio della verità: e salutarti, riconoscendoti quello che l’indifferenza degli uomini non ti ha dato.
Ma che questa Città – la città che tu hai amato più di te stesso – ti saprà dare, ne sono certo; come è dovuto ad uno degli uomini che nel presente l’hanno saputa onorare.
Va! Sabino, riposa in pace: prenditi quella quiete che hai sempre cercato ma che la sorte matrigna non ti ha mai restituito.
Noi possiamo solo prometterti che non ti dimenticheremo.
Conversano 16 ottobre 2021
Gianvito Mastroleo