Quattro anni al responsabile della morte di Davide D’Accolti. Il papà: “…è verità processuale che l’imputato ha ucciso Davide”

Pubblicata la sentenza in appello, aumentata la pena di quattro mesi rispetto al primo grado di giudizio

Conversano – E’ sempre molto difficile capire se dopo una sentenza della Corte d’Appello, che parzialmente ripara quella che era sembrata un’ingiustizia vera e propria, ci si possa sentire soddisfatti. E il pensiero della famiglia di Davide D’Accolti, ucciso da un automobilista sotto gli effetti di droga e alcol che percorreva la stessa strada in direzione contraria a quella di marcia mentre viaggiava sulla statale 16 in una tragica nottata di febbraio di cinque anni fa, è racchiuso in alcune parole a caldo del papà di Davide: “Pubblicata la sentenza di appello, poche riflessioni d’impulso: il ritardo dei tempi del processo, in gran parte ascrivibili ai tempi del primo grado, hanno consentito la prescrizione di due dei tre reati contestati e solo grazie a tante persone che ci hanno ascoltato e ci sono state vicine siamo riusciti ad evitare anche l’ultima beffa della totale prescrizione“.
Ed era proprio quello il rischio, sarebbe diventata una vera e propria beffa: una prescrizione tombale che non avrebbe fatto alcuna giustizia alla famiglia di Davide. E, se così non è stato, lo si deve alla determinazione e forza che i genitori del giovane ucciso ci hanno messo in questa vicenda studiando, approfondendo e cercando loro stessi ogni spiraglio per evitare un’umiliazione che avrebbe completamente ribaltato la verità dei fatti. Se non c’è stata la prescrizione totale sui capi d’accusa lo si deve solo a questa grande convinzione e vera e propria battaglia che la famiglia ha fatto senza mai risparmiarsi e, il più delle volte, impotente rispetto a tante indifferenze compresa quella dello Stato. Il papà, Gianni D’Accolti, si era rivolto anche al Presidente della Repubblica “restituendo” la cittadinanza italiana perché non riconosceva in nessun organo dello Stato alcuna volontà di rendere giustizia. E tante domande sono rimaste inevase, a partire da quelle fatte agli organi di polizia subito dopo il tragico evento. Infatti la famiglia chiedeva insistentemente quali fossero i controlli fatti durante quella infausta serata nel raggio di trenta chilometri. E tante altre domande a cui mai c’è stata risposta.
La giustizia, molto probabilmente, ha finito il suo corso. Rimane intatto il dolore, l’immane fatica morale e fisica di una famiglia che non avrà più il proprio figlio a cui donare e ricevere affetto. Ma è ancora una volta il papà di Davide a dare un segno tangibile di una sensibilità che ha trovato in questi anni la vicinanza di tantissimi e, purtroppo, non sempre di tanti: “Abbiamo appreso dal difensore che l’imputato si drogava e beveva alcool perché non sopportava lo stress che gli comportava il lavorare nell’azienda edile di famiglia, con quattro anni, non sarà sottoposto al carcere. Ed io sono anche contento, ma ad una condizione e augurio: che sappia mettere a frutto quest’altra opportunità per cambiare la sua vita, oltre la sceneggiata dei contenuti dell’arringa difensiva e delle stampelle portate. Che metta al servizio degli altri e soprattutto dei giovani la sua esperienza, magari raccontandola e testimoniando di quanto dolore possa produrre la debolezza di cadere nei vizi di una vita condotta con l’egoismo del proprio piacere. Forse eviterà che altri seguano la sua strada, e così potrà veramente riscattarsi da ciò che ha prodotto. La vita gli riserva un’altra occasione e lo faccia nel nome di Davide, nel rispetto della vita che ha tolto, ma che a lui la può restituire rinnovata. Ecco, invece di quattro anni di carcere, faccia quattro anni di generosità ed impegno civico.
E questo Natale, mentre abbraccerà i suoi famigliari, si ricordi di chi avrà davanti solo una lastra di marmo”.
E a ricordarci dovremmo essere tutti, compresi quelli che hanno dimostrato di avere memoria corta, scarso senso del dovere e una insensibilità mista a cinismo.

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