L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce. (Eshkol Nevo)

Ci vorrebbe un’approfondita indagine sociologica sul modo di vivere contemporaneo. Nelle cosiddette società progredite. Quelle in cui il terziario avanzato e i servizi forse si sono spinti oltre certi limiti. E questa indagine dovrebbe soffermarsi sulla qualità della vita. Senza fermarsi alla superficie, ove le acque sembrano placide, ma immergendosi nei vortici delle singole esistenze.

Allora si scoprirebbe che il primo male che ci attanaglia è la solitudine. Ricordo una volta di aver letto che la peggiore solitudine non è quella di chi sta da solo, ma è quando ci si sente soli in mezzo alla gente. Nell’ambiente di lavoro, per strada, e persino a casa.

Questo è il tema centrale che lo scrittore israeliano Eshkol Nevo sviluppa nel suo bel romanzo “Tre piani” dal quale Nanni Moretti ha fatto una riduzione cinematografica che però, come spesso succede quando si passa dalla letteratura al cinema, finisce col perdere molte importanti implicazioni che solo la forma narrativa riesce a sviluppare.

E la frase su citata cerca di trovare nella parola, nel gettare un ponte verso l’altro o gli altri, l’unica via di uscita da quel tunnel di buio assoluto in cui molti di noi, nell’apparente e superficiale calma del vivere quotidiano condominiale, si viene a trovare.

Lo scrittore Luciano De Crescenzo, ricordava che quando era piccolo nei viaggi in treno esisteva la terza classe. Era sgangherata, sporca, e sovraffollata, eppure si distingueva dalle altre due classi per una cosa. “Lì si parlava”.

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