In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro. (Alberto Arbasino)

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini. Ormai è considerato quasi unanimemente un venerato maestro, per riprendere la citazione di Arbasino. Ma durante la sua vita è stato oggetto di feroci invettive, soprattutto rivolte alla sua omosessualità e ai suoi comportamenti nella sfera privata.

Qui voglio però ricordare un episodio pasoliniano che ha avuto un impatto trasversale anche con la mia persona.

Il 3 ottobre 1962 Pasolini fu invitato ad Assisi dalla Pro Civitate Christiana. Il suo fondatore, don Giovanni Rossi, aveva chiesto di vedere il regista italiano che fosse più lontano dalla fede e dalla morale cristiana. Gli fu fatto il nome di Pier Paolo Pasolini.  Lo invitò e sorprendentemente Pasolini accettò. Non volendo partecipare alle celebrazioni affollate che si stavano per effettuare in onore di san Francesco, con la visita di Papa Giovanni XXIII, Pasolini rimase rinchiuso un paio di giorni nella sua stanza ad Assisi, ove vi era un solo libro: I Vangeli. Li lesse e rimase folgorato da quello secondo Matteo. Scoccò la scintilla che poi diede il là alla realizzazione, l’anno dopo, del suo film capolavoro: “Il Vangelo secondo Matteo”.

Ed ora vengo all’episodio personale. Per tanti anni sono stato refrattario nei confronti dell’ascolto del canto lirico. Per aggirare questa idiosincrasia, cominciai ad ascoltare componimenti religiosi in cui vi era il cantato. Rimasi a mia volta folgorato da un’opera: “La Passione secondo Matteo” di Johann Sebastian Bach. In particolare sentivo e risentivo un’aria, “Erbarme Dich, mein Gott” (“Abbi pietà, mio Dio”), la mia preferita. È il pentimento di Pietro, realizzato con un sublime duetto tra una voce lirica, un contralto, e un violino. Data la mia mancata conoscenza del tedesco, per tanti anni ho pensato che invece fosse il lamento della madre di Dio per la morte del Figlio. Ero stato depistato dal fatto che a cantare fosse una voce femminile.

Vidi “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini nei primi anni Novanta. Con mia grande sorpresa scoprii che il regista utilizzò l’aria “Erbarme Dich, mein Gott” ben due volte nel film. La prima fu in un episodio sorprendente: il piccolo Gesù che gioca sulla sabbia con il padre Giuseppe. È un episodio universale, un inno alla gioia – un padre che gioca con il figlioletto -, eppure Pasolini mette in sottofondo quell’aria di pentimento, cantata da una donna. Mi piace pensare che lo abbia fatto, trasgredendo il significato stretto dell’aria medesima, e lasciandoci immaginare che fosse il lamento della madre, che prefigura il futuro tragico del figlio, rompendo l’idillio del momento. Una trovata che reputo geniale.

Per chiudere, restando sui riferimenti cinematografici, devo confessare che dopo la visione del film “Pasolini”, di Abel Ferrara, rimasi turbato, durante i momenti finali, nell’assistere all’adescamento del ragazzo di vita. Ma ritornando alla citazione iniziale, non posso non contrapporre la seguente, di cui ahimè non ricordo l’autore:

“Bisogna guardare all’opera e non al pover’uomo che l’ha realizzata”.

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