La destra governerà, la sinistra dovrà reinventarsi. La necessità di un’idea socialista

Un risultato elettorale figlio di tante madri e padri…e di qualche padrino di troppo. Le cose certe: ha vinto Fratelli d’Italia, la Lega e Forza Italia saranno i comprimari se pur determinanti per la tenuta del prossimo governo; ha perso il Pd e l’incapacità di generare una visione in una sostanziale distanza dalle persone e dai loro problemi; il M5S pur nella confusione dei suoi cinque anni al governo ha mostrato di guardare con attenzione ai problemi quotidiani dei cittadini; si è constatato che il famoso “centro” politico è un luogo dove di solito si rifugiano i mancati leader.
Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ha vinto le elezioni da almeno due anni, da quando ha cominciato una rincorsa seria fatta di proposte nette e ha strutturato un vero partito fatto di sedi, cura del territorio e cura delle persone che nei territori ci lavorano giorno per giorno. Cercando di dare un senso alla propria azione di partito cosiddetto “sovranista” anche fuori confine. Il famoso discorso a tratti sconvolgente di Giorgia Meloni al cospetto dei militanti di Vox, la forza di ultradestra spagnola, ha segnato la fuoriuscita dal guscio del proprio orticello per farsi forza trainante in Europa e soprattutto della pancia di tutti i movimenti sovranisti europei che cominciano ad essere tanti. “Tutta la nostra identità è sotto attacco, ma noi non lo permetteremo! Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana: non me lo toglierete!“. Parole scolpite nel firmamento dei discorsi legati all’identità cui la Meloni faceva riferimento. Non sarà con l’accusa di rappresentare una forza post fascista che si potrà combattere questa visione del mondo e questa visione dell’Italia. Quando verificheremo le politiche che la Meloni promuoverà con il suo governo ci accorgeremo subito della sua reale volontà di contrastare l’Europa, questa Europa, oppure del suo adagiarsi inevitabilmente sulle ali del vecchio continente che ha addomesticato ben altri leader. In poche parole, potremo trovarci di fronte ad un governo in cui la parte più radicale non sarà rappresentata da Fratelli d’Italia e dalla Meloni, bensì dalla Lega ormai decimata e sofferente.
Il Pd merita un capitolo a parte. Vuoi per la sua decennale incapacità di creare una comunità allegra e non triste, vuoi per il suo continuo accanirsi sulla concezione del potere come unico elemento capace di accrescere i consensi, vuoi per la sua incapacità di provare gli effetti di una vera opposizione che, è notorio, si riuscirebbe ad esprimere a tutte le latitudini con lo studio e l’approfondimento. Parole sparite in tanti di quei luoghi che hanno preso la scorciatoia del potere fine a se stesso. Per semplificare basti pensare a tutte quelle realtà dove il partito democratico, nel momento in cui il corpo elettorale gli consegna le chiavi dell’opposizione, non fa altro che barcamenarsi per capire qual è la strada più breve per avvicinarsi alla luce di chi governa le città, creando collateralismo e abbandonando il mandato elettorale affidatogli dai cittadini. Il Pd si è caratterizzato per questa bramosia di potere smettendo di apprezzare la nobile arte dell’opposizione. L’esercizio del governo non come fine ma come mezzo. Un ribaltamento del paradigma stesso di un partito. Il Pd non perde per caso ma per tanti dei suoi comportamenti politici. Un esempio su tutti ha caratterizzato la campagna elettorale del Pd in terra di Bari. L’intuizione di Antonio Decaro di voler candidare la scienziata di fama mondiale Luisa Torsi nel collegio uninominale di Bari, collegio destinato alla sconfitta certa sin da subito, non conteneva in se la possibilità di preservare nel collegio plurinominale un posto al Parlamento per una persona che avrebbe portato i temi della ricerca e della scienza nei corridoi del “passi perduti”. Se da una parte si dava la possibilità alla prof.ssa Torsi di candidarsi in una sfida impossibile contro una destra sicura vincitrice del collegio, dall’altra non le si offriva la possibilità del famoso “paracadute” del plurinominale. Il risultato finale è che il Pd si è giocato in campagna elettorale il nome di una persona di altissimo spessore e profilo ma in Parlamento ci è andato il capolista del plurinominale Lacarra. Sono questi i comportamenti che segnano ineluttabilmente il destino di un partito che intuisce dov’è la qualità ma tenta sempre di non farla emergere. Un difetto di fabbrica del Partito Democratico che nei suoi quattordici anni di vita ha sempre preferito “accocchiare i ferri” e dare spazio ai fedeli e non alle politiche. Eppure il Pd, al momento, rimane un riferimento senza il quale sarà difficile ripartire.
Quanto al M5S è innegabile che ha avuto un risultato che fino a due mesi fa era inipotizzabile. Ma anche qui c’è stata una narrazione per niente coincidente con la realtà dei fatti. Il partito capeggiato da Conte non è stato il responsabile della caduta del governo Draghi al quale aveva posto nove punti programmatici tutti condivisibili da chi ha una visione progressista. L’accusa di aver usufruito dei benefici della misura del reddito di cittadinanza o del superbonus per il rifacimento delle facciate. lascia il tempo che trova. In Puglia, per esempio, il M5S ha conquistato il 28,9% dei consensi risultando il primo partito. Vogliamo dire che quasi il 30% dei pugliesi riceve il reddito di cittadinanza? Un’autentica boiata! Sul superbonus vogliamo affermare che tutti i cittadini che ne hanno fatto uso sono dei truffatori? Un’altra autentica cretinata! Diverso è auspicare che quelle due misure vadano riordinate dal punto di vista normativo ma è innegabile che abbiano influito non poco sulla tenuta sociale e sull’economia per la ripresa del paese. Il risultato del M5S è legato all’interpretazione di alcuni dei bisogni dei cittadini. Che, a mio avviso, hanno molto a che vedere con le donne e gli uomini che sposano i valori dell’uguaglianza e della democrazia.
Ed eccoci al giorno dopo. I risultati delle elezioni riconsegnano segnali inequivocabili. Noi tutti che facciamo riferimento culturale alla sinistra, non possiamo più accettare che la selezione della classe dirigente possa continuare ad essere quella fin qui ipotizzata. Il mondo della sinistra è vario ma, ne siamo certi, è tanto grande. Serve, come l’aria, una forza da chiamare con il proprio nome: socialista. Un partito socialista nei valori, nelle espressioni, nella salvaguardia dei temi a cominciare dal lavoro e dalla sua dignità per ridisegnare una società post pandemica e post bellica con il protagonismo del pacifismo (è una speranza). Oggi il convento passa il Partito Democratico e il M5S, oltre Sinistra Italiana e altre formazioni appartenenti ad una cultura non liberista. Bisogna ripartire da qui, soprattutto, a mio avviso dalle comunità come la nostra. E’ tempo di abbassare la guardia della diffidenza e di rendersi conto che i nostri territori vanno preservati dalla cultura del disprezzo delle diversità.
C’è chi vuole dare segnali di disponibilità alla creazione di questi presupposti? La destra, anche quella sociale della Meloni, con molto meno governerà l’Italia. Con ambizioni maggiori di quelle della destra, un partito socialista nei contenuti potrà rappresentare un futuro non lontano. L’ottimismo della volontà.

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