C’è una persona che fa collezione di sabbia. Viaggia per il mondo, e quando arriva in una spiaggia marina, alle rive d’un fiume o d’un lago, a un deserto, a una landa, raccoglie una manciata d’arena e se la porta con sé. […]. In un’esposizione di collezioni strane che c’è stata a Parigi, la vetrina della collezione di sabbia era la meno appariscente ma pure la più misteriosa, quella che sembrava aver più cose da dire.(Italo Calvino)
Quest’anno cade il centenario della nascita di Italo Calvino, uno dei più insigni scrittori italiani del Novecento. Molto note sono opere come “Il barone rampante”, “Il visconte dimezzato” o “Le città invisibili”. Ma un grande scrittore è capace anche di riuscire a cogliere la profondità nelle piccole cose che si osservano nel nostro mondo. È il caso del racconto “Collezione di sabbia” che dà il titolo ad un libro in cui Calvino racconta tanti episodi derivanti dai suoi viaggi nel mondo. Questo libro mi fu suggerito e prestato da un mio amico non meno di vent’anni fa. Mi piacque molto in generale ma rimasi particolarmente colpito da questa vicenda del collezionista di sabbia. Mi sono immaginato che vedendo la sua esposizione una persona aveva la possibilità di guardare in un’unica visione d’assieme il mondo intero, attraverso delle boccette di arena colorata, dalla provenienza più disparata.
Succede talvolta che un’immagine evocativa riesca a penetrare così a fondo nel proprio immaginario che non è raro che finisca per essere la scintilla per ulteriori creazioni. E questo è capitato a me quando, anni dopo, composi la seguente piccola poesia, che, pur andando a parare su altri discorsi, fu totalmente ispirata dal racconto “Collezione di sabbia”:
“DIMORA
Vorrei racchiudere
in una clessidra
tutte le sabbie
di lidi e deserti.
Potrei vedere
ad ogni girata
il lento fluire
del tempo del mondo.
Potrei sin scorgere
in qualche granello
un luogo remoto
in cui segregarmi.
Ma se vi cercassi
un posto per te
esso non c’è
perché è dentro di me.”