Tra le tante notizie che si leggono sul giornale che sanno di aria fritta, talvolta succede di imbattersi in qualcosa di singolare.
Qualche giorno fa ho letto una dichiarazione di Vivek Murthy, che è la massima autorità sanitaria degli Stati Uniti. Ha detto che nella sua nazione è in corso un’epidemia di solitudine, e che di tale epidemia si muore.
Ovviamente ha usato un linguaggio figurato, ma la sostanza non lascia spazio ad equivoci: la solitudine è uno dei grandi problemi che la società contemporanea deve affrontare. Che tale allarme parta dalla nazione considerata il simbolo delle società avanzate è un dato davvero significativo.
È del tutto evidente che il modello di vita portato avanti finora in tali società abbia il suo tallone di Achille nella perdita del senso di comunità e di socialità che era vivo fino a qualche decennio fa. Sono sempre più numerosi i casi di persone che vivono da sole e che una volta terminato il proprio ciclo lavorativo comincia una deriva che conduce per lo più all’isolamento. E ciò accade anche a persone molto note, come gente dello spettacolo e in generale di successo.
I versi di Alda Merini, pur scritti tanti anni fa, risultano essere, oltre che belli e malinconici, anche profetici. Ma dopo averne preso esteticamente atto, dobbiamo far sì che questa deriva si blocchi. Bisognerà reinventarsi un modo di vivere, di intrecciare rapporti nuovi, dimenticando la chimera del Villaggio Globale e realizzando tanti nuovi villaggi locali, intrisi di voglia di stare insieme.