Neonazisti nell’animo e neonazisti nei fatti

“I caratteri del nazifascismo oggi si trovano concretamente nella Russia di Putin”

di Vito Fanizzi  (magistrato Corte d’Appello di Bari)

Conversano – Le trasmissioni televisive serali, alle quali capita di abbandonarsi dopo una giornata di lavoro, offrono spunti di riflessione continui. Dopo il Prof. Montanari, che negando il diritto di parola ai fascisti fa il fascista, capita di sentire il Prof. Canfora che convalida il racconto putiniano dell’Ucraina neonazista, tale per la reviviscenza di simboli e manifestazioni che rimandano a quell’ideologia.

Le esigenze dei talk show televisivi, naturalmente, poco si conciliano con una riflessione più articolata. E allora proviamo a storicizzare quella “memoria”. Il fiancheggiamento dell’avanzata tedesca ad est, durante la seconda guerra mondiale, da parte di organizzazioni e personalità della nazione ucraina, non si comprende prescindendo dallo “sterminio per carestia” (Holomodor) che Stalin inflisse a quasi quattro milioni di ucraini negli anni precedenti, nel contesto di una più ampia politica del terrore ai danni di quella nazione. A sua volta la vitalità riacquistata da quei simboli, negli anni più recenti, deve molto alle pesantissime interferenze della Russia di Putin nei processi di decisione dello Stato ucraino. Per tutte, può essere utile ricordare il volto sfigurato dal veleno del Presidente nazionalista Viktor Yushchenko.

Mi permetto poi di segnalare, sommessamente, che i caratteri del nazifascismo oggi si trovano concretamente nella Russia di Putin, non nell’Ucraina di Zelensky (ebreo democraticamente eletto in seggi al cui interno non entravano poliziotti in tenuta antisommossa). E’ a Mosca che un capo carismatico, detentore di un potere illimitato, ha creato un’ideologia intrisa di fanatismo, tradizioni e miti: il “Mondo Russo” (Russkiy Mir), con i suoi corollari di provocazioni e di espansione nella sovranità di altri Stati, abbraccia gli slavi di lingua russa dovunque essi siano. La Transnistria, l’Ossezia del Sud, l’Abkhazia, la Crimea, il Donbass (attenti ora di nuovo alla Georgia). Il nemico è l’Occidente “degenerato”. Il partito del Presidente, “Russia Unita”, non è uno dei partiti ma il partito russo: quello che, come già fecero il partito fascista e il partito nazionalsocialista, condiziona e orienta la pubblica opinione, anziché recepirne le istanze. Molti intellettuali fuggono all’estero, come fecero Bertolt Brecht e Thomas Mann nel 1933. Solerti squadristi tolgono di mezzo quelli che rimangono. A Berlino i libri sgraditi si bruciavano in piazza, a Mosca semplicemente non escono (o si riscrivono). A Mosca, non a Kiev, si tengono parate militari e adunate negli stadi e nelle piazze. A Mosca il Presidente esibisce il suo busto nudo, a cavallo o nell’atto di pescare (Mussolini a busto nudo falciava il grano). A Mosca, sotto l’egida scandalosa del crocifisso di Gesù, il Patriarca Kirill benedice le crocifissioni ucraine quotidiane, come quella della foto (anche fascismo e nazismo non ebbero cattivi rapporti con le gerarchie ecclesiastiche). Gli omosessuali sono “malati”: un’umanità di scarto per la quale evidentemente non c’è posto, nel luminoso cammino additato dal Presidente. Le origini popolari di Vladimir Vladimirovic sono le stesse di Adolf e di Benito (ma di questo dovrebbe occuparsi uno psicologo). Il diritto penale russo oggi si articola in fattispecie vaghe ed incerte, all’interno delle quali una magistratura asservita ingabbia facilmente ogni forma di dissenso (il nazismo prevedeva come reato ogni atto contrario al “sano sentimento popolare”). Vladimir Kara-Murza, giornalista allievo di Boris Nemtsov, condannato a 24 anni di carcere per “tradimento”, oggi disperso in qualche prigione della Siberia, prima di entrare in carcere ha espresso una speranza: «Un giorno in questo Paese due più due tornerà a fare quattro, e questo Paese uscirà dall’oscurità».

Nel frattempo, a Friburgo, va in scena “Il grande Gopnik”, il testo di uno dei tanti dissidenti russi rifugiati in Occidente, Victor Erofeev. Il “Gopnik” del titolo, nel gergo russo il “teppista di strada” (immagino biondo, piccolo di statura, originario di San Pietroburgo), incontra Stalin in una sauna e gli chiede come possa seguire le sue orme ed avere il popolo dalla sua parte. “Io avevo il comunismo, tu inventati uno scopo. Che ne so: riprenditi l’Alaska, dichiara che la Luna è territorio russo”.

Questo neonazismo concreto e sanguinario dovrebbe indignare molto più del neonazismo dei simboli o del neonazismo nell’animo di Giorgia Meloni.

 

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