Il dibattito sul progetto di Piazza Carmine si intensifica sempre di più. Questa volta Oggiconversano.it ha ascoltato l’opinione dell’associazione A.G.I.Re., formata da tecnici (ingegneri, architetti e geometri) da tempo attivi sui temi della pianificazione urbanistica della città. All’attuale presidente Francesco D’Argento, ingegnere, abbiamo posto le nostre domande.
Il primo stralcio del progetto di riqualificazione di piazza Carmine (piazza Aldo Moro), sta facendo discutere non poco. Come è giusto che sia. Secondo lei è la scelta giusta quella di trasformare uno spazio mal ridotto, adibito a parcheggio, in una piazza?
Lo spazio urbano denominato come piazza Moro è un luogo “centrale” della vita cittadina. Esso ha sempre avuto una funzione di cerniera tra il centro storico e la parte a sud-ovest della città sia per i fruitori del centro storico che per i clienti della zona più commerciale. Lo stesso ruolo di cerniera ha sempre avuto anche per il traffico cittadino lungo l’asse nord-sud. Le condizioni in cui versava quel luogo erano davvero imbarazzanti per una città come Conversano. Per cui la necessità di intervenire era più che doverosa. Tuttavia, proprio perché si discute da almeno 20 anni delle condizioni di piazza Moro, possiamo dire che la montagna ha partorito il topolino, nel senso che si poteva fare di più e meglio.
Il dibattito pubblico di questi giorni vede in campo diverse posizioni. C’è chi esprime perplessità sul progetto, chi è preoccupato per gli alberi, chi per i parcheggi sottratti. Qual è l’opinione sua e dell’associazione A.G.I.Re. su questa proposta?
Le perplessità sono più che legittime. Sia chiaro, qui non si vuole giudicare il progetto approvato e l’operato dei progettisti. Quello che lascia perplessi è l’indirizzo, che potremmo definire “politico”, dato ai progettisti per redigere il progetto. Per piazza Moro, e la zona limitrofa, nel 2006 fu bandito un concorso di idee per la riqualificazione della zona. È stato il primo e unico concorso di idee bandito a Conversano e che vide la partecipazione di decine di professionisti locali e no. Tantissime furono le proposte ma rimasero in un cassetto. Nel dicembre del 2018, l’allora amministrazione Loiacono avviò un percorso partecipativo per discutere proprio del progetto che si sta attuando in questi giorni. Vi fu una nutrita partecipazione qualificata; emersero critiche, proposte. Anche l’associazione A.G.I.Re. in Conversano presentò un suo progetto ma tutto fu ignorato in barba alla tanto conclamata partecipazione. Ecco, qui non si tratta di criticare o meno il progetto della piazza in sé, piuttosto rattrista il fatto che un luogo nevralgico come piazza Moro avrebbe richiesto un progetto di riqualificazione vera e propria dell’area che va ben al di là della piazza stessa. Solo in questo caso potremmo parlare davvero di riqualificazione. Altrimenti sarebbe più opportuno parlare di manutenzione straordinaria che, ovviamente è un’altra cosa.

Quando si trasforma un luogo fisico che è bene comune come piazza Carmine, subentrano molto spesso le “frenate restauratrici”, come vengono chiamate abitualmente. Perché, secondo lei, c’è una forte resistenza al cambiamento? E quali sono, invece, i termini della discussione? Da dove bisogna partire per definire l’utilità di una trasformazione urbanistica?
L’uomo è un animale abitudinario ma, al tempo stesso, con una grande capacità di adattamento. Ogni cambiamento dello status quo spaventa salvo poi abituarsi (a volte purtroppo), a tutto. Il problema però è quello che dicevo prima. Una trasformazione urbanistica, perché sia tale, deve preoccuparsi anche di quello che avviene al contorno dell’area interessata, delle conseguenze che ogni singola azione genera nell’intorno. Lavorare su un’area ignorando tutto il resto non è riqualificazione urbanistica. Il progetto di riqualificazione non è solo un fatto fisico, un elenco di lavorazioni e materiali ma è soprattutto un’idea dell’identità che si vuole dare a quell’area. E in questo caso mi sembra che tutto questo manchi.
A resistere è ancora chi mette l’auto al centro del ragionamento. Una cosa è ragionare partendo dai posti macchina da recuperare, altra è partendo dalla funzione di uno spazio come una piazza. Molte volte si dice che bisogna affrontare tutti i problemi e poi operare le scelte. Cosa vera ma, in questo caso, questo grande dibattito mai partito ha ostacolato la riqualificazione di piazza Carmine da decenni. Non è il caso di dire: finalmente sono iniziati i lavori?
Ripeto, le condizioni della piazza erano talmente disastrose che un qualunque intervento sarebbe stato opportuno. Altrettanto opportuna era la scelta di liberare la piazza dalle auto. Detto questo però sarebbe ipocrita ignorare il problema dei parcheggi in quell’area della Città. Possiamo avere un bel dire sull’abuso dell’utilizzo delle auto (in parte vero) ma, in una città priva di trasporto pubblico locale sia all’interno dell’area urbana che di collegamento con i paesi vicini, in una città dove una buona parte della popolazione è anziana, unitamente al fatto che la vita è sempre più frenetica e il tempo è uno dei beni più preziosi, il possesso dell’automobile è fondamentale per la vita dei cittadini. Per cui, acclarata la necessità di possedere una o più auto per famiglia e considerando il fatto che ci troviamo a ridosso del centro storico privo di garage e della possibilità di parcheggiare in strada e dell’assenza di garage in generale nell’intera zona, allora il problema diventa importante e non si può ignorare. Il problema del parcheggio in piazza Moro infatti non riguarda tanto quello a turnazione bensì quello stanziale, cioè dei residenti. Se privi di 50 posti auto un’area già sovraccaricata, ti devi porre il problema di dove dislocarle e questo lo devi fare prima di avviare i lavori e non correre ai ripari dopo. Questa è pianificazione, questa è riqualificazione. Non si può procedere per rappezzi. Per questo, sin dal primo momento, abbiamo caldeggiato la proposta di realizzare un parcheggio interrato e lasciare la superficie a verde e spazio di aggregazione come si fa in tutte le città moderne.
Sembra che la Sovrintendenza abbia richiesto lo spostamento degli alberi insistenti su un lato della piazza (via Iaia) per dare la possibilità di guardare da lontano sia la chiesa che l’arco di ingresso a via Di Vagno. Una Sovrintendenza che sembra svegliarsi tardi dato che fino ad ora non aveva mai sollevato il problema. Cosa ne pensa?
Il problema della Sovrintendenza, ma questo è un mio giudizio personale, è che spesso le prescrizioni sono frutto dell’”umore” o della sensibilità del singolo funzionario. Cambiando soggetto cambia la prescrizione e questo in un paese civile non dovrebbe essere normale. Capisco che è difficile oggettivare alcuni pareri però un metodo va trovato. Per esempio io credo che il limite dovrebbe essere il rispetto delle intenzioni che aveva chi ha costruito un certo bene (quando queste ci sono). Il resto sono opinioni personali del tutto opinabili e non dovrebbero condizionare le scelte né di un progettista né di una comunità.
In città manca un dibattito culturale sull’urbanistica e sulle grandi scelte che comporta. Secondo lei è possibile partire da piazza Carmine per alimentare una salutare discussione collettiva sul modo di vivere la nostra città? E, soprattutto, su come organizzarla?
Rispondo con una controdomanda provocatoria: ma siamo così certi che interessi a qualcuno una discussione seria sui temi urbanistici? Lo ripeto. Da noi la partecipazione è una parola vuota. Ultimamente, come associazione A.G.I.Re. abbiamo fortemente criticato come si è svolto l’iter partecipativo per la formazione del P.U.G., trattato come un mero adempimento normativo e nulla più. La partecipazione è un’altra cosa. Anche per questa piazza, l’ho già detto, ci fu un percorso partecipativo ma le decisioni prese dall’allora Amministrazione, ignorarono completamente quanto era emerso in quegli incontri. È normale che poi la gente si disaffeziona e non partecipa più. La partecipazione o viene percepita come capacità di incidere nelle scelte decisionali oppure è una perdita di tempo. Ma la vera partecipazione costa fatica, deve essere supportata da professionisti capaci di fare sintesi, richiede anche un impegno economico. È normale che la decisione finale spetta al decisore politico ma è altrettanto corretto e opportuno tenere in debito conto le istanze di una comunità.
Andando nel merito della scelta progettuale della piazza, non ritiene utile aver previsto l’allungamento della stessa piazza fino alla parete opposta alla chiesa del Carmine?
Lo ripeto, allo stato attuale più che una piazza è una rotatoria, quindi istintivamente la chiusura di quel tratto di strada, che va dalla porta di via Di Vagno all’incrocio con via Rosselli, potrebbe sembrare un tentativo di dare un’identità diversa al luogo. Tuttavia, anche in questo caso, non si può fare una scelta del genere senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze che quella scelta comporta. Per quanto piccolo, quel tratto di strada, con l’attuale viabilità, svolge un ruolo fondamentale per il deflusso delle auto verso ovest. Chiudendolo si andranno a sovraccaricare ulteriormente via Rosselli, via Vavalle e via De Amicis, già sature attualmente. Ci si è posti questo problema? Si è fatta una valutazione analitica? Sono stati studiati dei percorsi alternativi? Non mi sembra! Anche in questo caso la logica del rappezzo a posteriori e non una pianificazione corretta. Non si è pensato nemmeno di fare una simulazione. Anzi, noi come associazione lo proponiamo. Chiudiamo fin da subito tutta l’area di cantiere, inibendo già in questa fase il transito veicolare in quel tratto di strada e vediamo l’effetto che fa. Avremmo la possibilità a priori di vedere gli effetti di quella scelta e magari pensare a delle soluzioni alternative prima che la piazza sia pronta.
Piazza Carmine è, nei fatti, vicina al plesso “Falcone-Borsellino”. Un luogo dove si concentra una tale quantità di auto, all’ingresso e uscita da scuola, da consigliare misure drastiche. Le cose, la riqualificazione di una piazza e la regolazione di un’area a servizio delle persone, si tengono insieme. Quali sono le politiche da utilizzare per far tornare a scuola i bambini a piedi, e non necessariamente accompagnati in auto, anche quando la propria abitazione è vicinissima? Questa discussione fa parte dei processi di rigenerazione urbana?
Abbiamo già detto che spesso l’auto viene utilizzata in maniera impropria ma che è anche vero che non si può ignorare il bisogno di spostarsi in tempi relativamente veloci. L’utenza del plesso “Falcone-Borsellino” abbraccia un’area che va dalla zona di via Tre Pergole all’area alle spalle della Maristella. Sono percorsi che richiedono anche 15-20 minuti a piedi che, alle 8 del mattino hanno un loro peso, soprattutto se, subito dopo il genitore deve correre al lavoro dovendo utilizzare necessariamente l’auto. Anche in questo caso andrebbe fatta una campagna di sensibilizzazione per limitare il più possibile l’uso dell’auto quando non c’è strettamente bisogno, magari rispolverando progetti come il “Pedibus” o il “Bicibus” , ma poi bisogna comunque dare la possibilità di parcheggiare a chi non può fare a meno dell’auto. Comunque si. Sono processi che vanno programmati e che richiedono un impegno di risorse economiche e di figure professionali che non può essere improvvisato.
Salutandola e ringraziando lei e l’associazione A.G.I.Re., quali sono le vostre prossime iniziative rivolte alla città di Conversano?
L’Associazione A.Gi.Re continuerà a suggerire i suoi contributi tecnici e culturali con l’auspicio di apportare momenti di approfondimento e di riflessione per lo sviluppo della città, come abbiamo fatto finora. Continueremo ad essere da pungolo all’Amministrazione per tutte quelle scelte che dovrà a breve fare per l’adozione del P.U.G., per l’applicazione delle recenti modifiche normative regionali e nazionali che direttamente o indirettamente hanno un’incidenza notevole sullo sviluppo urbanistico del territorio. È d’altronde evidente che le scelte politiche non afferiscono ad un’Associazione, pur qualificata e riconosciuta come tale nel giudizio dei cittadini.