Fa caldo. Però il contadino suda, il conte traspira e la contessa s’imperla. (Anonimo)

La grande afa di questi giorni mi ha fatto venire in mente, dai recessi della memoria, questa frase, che di certo ho riportato in modo non preciso nelle parole, ma credo fedelmente nella sostanza.

È una frase molto significativa, perché fa capire come le discriminazioni non sono perpetrate soltanto a seguito di fatti reali, ma si estendono anche nel linguaggio. Un linguaggio che continua a ferire nel tempo.

Anche se a parità di condizioni il caldo dovrebbe colpire tutte le persone, la citazione di sopra cerca a parole di dire che l’unico a soffrirne è la persona di livello sociale più basso. Quelli di rango più elevato hanno conseguenze per così dire poetiche.

Nel vocabolario italiano parole come villano, cafone, bifolco, e così via, oltre ad avere il loro significato originario di lavoratori della terra o allevatori, hanno anche un significato spregiativo.

Essendo figlio – e ne sono fiero – di contadini, ogni volta che sento utilizzare quei termini a mo’ di scherno, faccio una smorfia, pensando che sarebbe ora di smettere con queste discriminazioni… lessicali.

Il discorso porterebbe molto lontano, ma visto il caldo, e tornando al contadino, voglio chiudere con una frase, anch’essa impressa nella mia memoria, di un anonimo, che vidi scritta in un cartello posto alla base di un aratro-scultura in un giardino pubblico di un paese del Nord:

“Al contadino, vittima ignorata di tutte le guerre, e di tutte le paci.”

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