La notte di san Lorenzo è da poco passata, e molti di noi saranno rimasti con la testa all’insù – in quella notte magica – in attesa di qualche stella cadente, sì da poter esprimere un desiderio che sia legato con un avvenire che si auspica pieno di cose belle.
In questo modo, più o meno inconsapevolmente, si perpetua il rito – che si perde nella notte dei tempi – di cercare di vedere nel cielo il proprio futuro.
Eppure, paradossalmente, le cose sono esattamente all’incontrario. Se guardiamo il cielo vediamo il passato dell’universo mondo. Un passato peraltro progressivo. Infatti ogni stella ed ogni galassia, per arrivare a noi, impiega il tempo che occorre alla luce per portare la sua immagine ai nostri occhi. E il tempo dipende dalla distanza dell’oggetto.
Pertanto, per fare un esempio, se vediamo la stella Sirio, che è la più luminosa del nostro emisfero, essendo essa distante dalla terra 8,6 anni luce, la sua immagine quale noi vediamo è già vecchia di quasi 9 anni.
Grazie alle stupefacenti foto scattate dal nuovissimo telescopio spaziale James Webb, la Nasa ha recentemente reso pubbliche delle foto in cui si arriva a vedere oggetti molto remoti, come per esempio una nebulosa distante 2500 anni luce. L’immagine che si vede in foto di tale ammasso interstellare, pertanto, risale a prima di Cristo.
Chissà se gli astrologi, che cercano da sempre di predire il futuro, si sono mai resi conto che quando si guarda il cielo, in realtà, si fa un viaggio nel passato.
Ma al di là di tutto, nulla di quanto ora detto potrà mai togliere al cielo stellato il suo infinito potere evocativo, che continuerà ad alimentare le nostre parole, i nostri sogni e le nostre poesie. Come quella di Keats citata all’inizio.