Sessant’anni di mestiere come calzolaio. Una storia artigiana iniziata in Via Arringo e che prosegue, tuttora, in Via Acquaviva al civico 20
Conversano – La scarpa, questo indumento antichissimo e diffuso in tutto il mondo, ha sempre avuto dietro di sé un artigiano che le crea, le conserva e le ripara: il calzolaio.
Pietro Totaro, classe 1939, è uno dei maestri calzolai della nostra città. Lo incontro nella sua bottega artigiana di Via Acquaviva al civico 20. È seduto dinanzi al suo tavolinetto da lavoro ingombro degli attrezzi del mestiere: martello, pinze, tenaglie, punteruoli e poi ci sono i chiodi. Intorno a sé ci sono poi i vecchi e funzionanti macchinari, quello del finissaggio che serve a lucidare le scarpe, la cucitrice, la macchina da cucire Necchi, la allarga scarpe tuttora utilizzata.
Il prossimo 31 dicembre 2014 termineranno i 60 anni di attività. Dal 1° gennaio 2015 inizierà il 61° anno.
Maestro Pietro, quando, come e perché è iniziata la sua storia artigiana?
“Tutto è incominciato nel 1946 quando avevo sette anni. A quella età ho iniziato ad apprendere l’arte stando nella bottega del maestro Bartolomeo Di Maggio che si trovava in Via Arringo. La bottega era di fronte al barbiere Schiavone. Decisi di avviarmi al mestiere per la mia infermità del piede sinistro. Avevo la necessità di imparare un mestiere che mi facesse stare seduto, comodo. Non era solo questo il motivo. In quell’epoca per i ragazzi era naturale andare a imparare il mestiere nelle botteghe artigiane.
Dal maestro Di Maggio eravamo in tre ad apprendere l’arte. Con me c’erano Peppino Lopriore e Dino Murro. La paga non esisteva, non ci dava nulla, neanche cento lire!. Però ci ha trasmesso il sapere, l’arte artigiana!. Nella sua bottega sono stato sino all’età di 15 anni”.
E dopo questa formazione decide di aprire la sua bottega…
“La bottega per conto mio l’ho aperta nel 1954 in Via Acquaviva nelle vicinanze dell’arco. Da allora mi sono spostato, sempre in Via Acquaviva, in altri tre locali. Dal 1965 mi sono stabilito definitivamente qui al civico 20”.
È facile chiederle che oggi non ci sono ragazzi che hanno voglia di imparare…
“Indubbiamente!. Rispetto al passato i ragazzi non hanno la voglia e l’interesse di imparare il mio mestiere, di apprendere l’arte. In passato ho avuto nella mia bottega dei ragazzi, che pagavo!, ma non sono durati molto!”
Agli inizi della sua attività il lavoro in bottega in cosa consisteva?
“Agli inizi facevo le scarpe su misura, ai piedi proprio. È durato poco perché il progresso tecnologico ha sfornato scarpe sempre più perfette e a misura. Farle all’epoca e farle adesso su misura richiede tempo, pazienza e…denaro. Ma oltre a questa attività svolgevo il classico lavoro di riparazione della scarpa, cioè la pezza alla suola, il tacco nuovo, il sopratacco. Tutti interventi che avevano un fine, cioè conservare il più a lungo possibile la scarpa”.
Le sembrerà banale, ma le chiedo come deve essere una scarpa?
“Deve avere la tomaia in pelle e la suola di cuoio. Il pedalino deve essere di vera pelle e imbottito per assicurare la comodità della calzata. Poi ci sarebbe da pensare al modello, ma questo è un altro discorso”.
Ma le scarpe di adesso cosa le sembrano? Sono tante e fatte con materiali diversi dalla pelle e dal cuoio
“Sono una fregatura!. La maggior parte delle scarpe provengono dall’Est del mondo e sono di pessima qualità per i materiali usati. La gente le acquista perché costano poco.
Poi ci sono scarpe fatte con materiali innovativi, come la para, la pelle scamosciata, di sicura durata e pregio. Sono scarpe dove si riconosce la manifattura italiana e per questo costano”.
Pensa che il suo mestiere nei prossimi anni continuerà ad esserci nella nostra città?
“È un mestiere che va scomparendo. A Conversano siamo rimasti in cinque a svolgere il mestiere di calzolaio, siamo due anziani e tre giovani. Non vedo un futuro roseo in quanto non c’è il ricambio generazionale. Nessuno vuole imparare il mestiere, non c’è interesse per questa arte. Chi resterà a svolgere questo mestiere starà bene, cioè avrà lavoro e guadagnerà”.
Sessant’anni di lavoro passati a inchiodare, incollare, lucidare, cucire. È appagato da tutto ciò?
“Si, sono appagato!. Grazie a Dio non mi manca niente. Grazie al mio lavoro ho realizzato i miei progetti di vita: metter su famiglia, crescere i figli. Non è stato facile, ma ce l’ho fatta!”